25 novembre Proiezione di “Dentro” al cinema Aquila

Nuovo Cinema Aquila
Domenica 25 novembre ore 21:00
Dentro
regia di Andrès Arce Maldonado

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne proiezione speciale del film DENTRO.

Alla proiezione saranno presenti il regista e il cast.
Segue incontro con Anna Verdelocco – Cooperativa sociale BeFree
Stefano Ciccone- Ass. Maschile Plurale

Un film che affronta il tema della violenza di genere in maniera inedita:
“Non sempre gli uomini sono “carnefici cattivi” e le donne “vittime buone” a volte, la
violenza nasce da rapporti di complicità insani coltivati da tutte e due le parti, c’è qualcosa che manca nel grande dibattito, questa riflessione ci ha mosso nel costruire un film che affronta un lato oscuro di cui difficilmente si vuole parlare”

DENTRO Ha vinto il The Monkey Bread Tree Film Festival come Miglior Film, decretando anche Ivana Pantaleo Miglior Attrice Protagonista.

Il regista Andrés Arce Maldonado, debutta nel lungo con Falene : selezionato al festival di Montpellier e al Raindance di Londra. Nel 2009 Maldonado vince il Premio della Regia ad Arcipelago col documentario Ritratti e il 48H Film Project con il cortometraggio L’utero al dilettevole. Ha diretto la serie web Pirula Pirula ed il lungometraggio Carta Bianca vincitore al Riff del premio della distribuzione, proiettato al Festival di Bogotà.
produzione

Il Nuovo Cinema Aquila è un bene confiscato alla mafia, destinato a finalità sociali in particolare per lo svolgimento di attività di educazione al cinema e dato in concessione da Roma Capitale – Dipartimento Attività Culturali.
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NOTE TECNICHE SUI D.D.L. N. 45, 768, 118

NOTE TECNICHE SUI D.D.L. N. 45, 768, 118

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 Introduzione

Seguono alle note relative al D.d.L. 735, osservazioni sugli ulteriori D.d.L. presentati ovvero il D.d.L. n. 45 (“disposizioni in materia di tutela dei minori nell’ambito della famiglia e nei procedimenti di separazione personale dei coniugi” – d’iniziativa dei Sen. De Poli, Binetti e Saccone), il D.d.L. n. 768 (“Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso dei figli e di mediazione familiare” – d’iniziativa dei Sen. Gallone, Modena, Malan, Ronzulli, Toffanin, Damiani, Galliani, Giammanco, Papatheu e Moles) ed il D.d.L. n. 118 (“Norme in materia di mediazione familiare nonché modifica dell’art. 337 octies c.c., concernente l’ascolto dei minori nei casi di separazione dei coniugi” – d’iniziativa del Sen. De Poli).

I)

Disegno di Legge n. 45

Sulla medesima scia del D.d.L. n. 735, (rel. Sen. Pillon), il D.d.L. n. 45:

1) avvalora ed enfatizza la teoria dell’alienazione genitoriale (c.d. PAS), prevedendo altresì specifiche fattispecie di reato per il genitore c.d. “alienante”;
2) mina l’emersione e la punibilità delle situazioni di maltrattamento, sminuendone la gravità sociale e la profonda pregiudizialità che arreca ai soggetti vulnerabili, tra cui i figli minori;
3) elude il concetto di violenza includendolo impropriamente nel concetto di conflittualità;
4) introduce il percorso obbligatorio di riconciliazione nei procedimenti di separazione personale dei coniugi;
5) reintroduce il concetto di potestà genitoriale.

Malgrado le violenze intra-familiari rappresentino nel nostro Paese un fenomeno strutturale estremamente diffuso che necessita ormai da tempo di un intervento legislativo volto a tutelare prontamente ed efficacemente le vittime, siano esse adulti e/o figli minori (cfr.: Commissione di inchiesta sul femminicidio, 2018), si continua ad utilizzare impropriamente il termine di conflittualità come una sorta di “contenitore terminologico generale” che alimenta confusioni e strumentalizzazioni. Atteso ciò, si vuole ribadire come la violenza consista nella volontà del soggetto che la agisce di generare nella vittima dolore, frustrazione e più in generale un danno (fisico e/o psicologico) irreversibile o comunque prolungato nel tempo. Nelle situazioni di violenza non vi è alcuna parità di posizionamento tra il soggetto che la agisce ed il soggetto che la subisce, il primo infatti predomina sull’altro, assoggettandolo. La violenza, appartiene quindi all’area della distruzione e della sopraffazione, e pertanto all’eliminazione della relazionale. Parrebbe superfluo ma, a questo punto diviene necessario specificare come, gli abusi fisici, gli abusi sessuali, i maltrattamenti intra-familiari, gli abusi psicologici rientrino ovviamente in questa categoria. Il conflitto, per contro, è un contrasto, una divergenza, uno scontro/confronto legittimo attraverso l’uso della parola tra due soggetti che ricoprono una posizione di parità che esclude componenti di dannosità. Appare ormai indispensabile, alla luce delle avvilenti notizie che giornalmente emergono dalle cronache giudiziarie ed all’uso improprio che si fa dell’infondata teoria dell’Alienazione genitoriale – PAS –  che si ponga fine all’ambiguo, fuorviante ed a volte strumentale uso distorto del termine “conflittualità”.
Invero, anche il D.d.L., n. 45, utilizza il termine conflittualità senza distinguerlo dalla violenza (fenomeno peraltro assolutamente non considerato) ed in spregio alle posizioni già assunte dal mondo accademico – che ne disconoscono l’esistenza scientifica – avvalora ed enfatizza la teoria dell’alienazione genitoriale (c.d. PAS). Ciò emerge già dalla Relazione Illustrativa, nella quale si esordisce richiamando “i frequenti casi di sindrome di alienazione genitoriale (PAS)”. In particolare, il D.d.L. n. 45, senza alcun conforto, asserisce che “lo studio della casistica evidenzia” come il diritto dei minori alla bi-genitorialità sia “sistematicamente prevaricato da un indecifrabile interesse del minore che si concretizza nell’esclusione di un genitore dalla vita dei figli”, e come a causa di ciò “si riscontri un’alta percentuale di minori disadattati che evidenziano sintomi della menzionata PAS…”.
Del tutto impropriamente inoltre, il D.d.L. n. 45, asserisce come la frequentazione del genitore (definito) non affidatario si limiti nel trascorrere con il figlio “un fine settimana alternato e 15-30 giorni del corso dell’estate”, circostanza assolutamente non rispendente alla realtà. Sulla scorta di ciò, i Senatori proponenti, senza mai considerare in alcun modo le possibili situazioni di violenza intra-familiare, propongono modifiche legislative di ampio respiro che vanno dal diritto civile al diritto penale ed in particolare:

  1. a) l’art. 1, in modifica dell’attuale art. 706 c.p.c., specifica come nel caso in cui i genitori non riescano a concordare il previsto “progetto educativo” del minore (di cui si dirà in seguito), le differenti proposte saranno valutate dal Giudice a cui sarà rimessa la decisione finale. Si specifica, nella Relazione, come “allo scopo di scoraggiare atteggiamenti possessivi, il Giudice dovrà privilegiare per la convivenza “il genitore più corretto e disponibile…meglio disposto a lasciare spazio all’altro e a rispettarne la figura ed il ruolo”.

Appare emblematica la correlazione tra i citati “atteggiamenti possessivi” e la richiamata “PAS”, specialmente ove si consideri l’assoluta non considerazione delle situazioni di violenza intra-familiare che ben potrebbero determinare un genitore ad assumere atteggiamenti “protettivi” e non “possessivi” nei confronti del minore;

  1. b) ponendo nuovamente a fondamento della proposta di modifica legislativa, una valutazione/presunzione del tutto soggettiva e priva di qualsivoglia conforto, si introduce la “doppia residenza anagrafica del minore”. L’art. 2, infatti, come chiarito nella Relazione, “affronta il problema del trasferimento di uno dei genitori in una località remota…spesso deliberatamente cercato… (soltanto per tagliare del tutto i ponti con il proprio passato o per andare incontro a una nuova scelta di vita) …in totale contrasto con le esigenze dei figli”. Con l’intento di ovviare a tale asserito problema il D.D.L. n. 45, propone di prevedere che la residenza anagrafica dei figli sia fissata presso entrambi i genitori. A ben vedere però il problema non sussiste. Invero, fatti salvi i casi in cui un genitore sia decaduto dalla responsabilità genitoriale ovvero il Tribunale abbia disposto, senza specifiche prescrizioni, l’affidamento il c.d. super esclusivo (ex art. 337-quater, co 3 c.c.) ad un solo genitore, il trasferimento della residenza del minore necessita inderogabilmente del consenso di entrambi i genitori ovvero, in mancanza, dell’autorizzazione del Tribunale.

Eventuali comportamenti arbitrati di un genitore vengono già oggi debitamente valutati e censurati con attenzione dall’Autorità Giudiziaria anche attraverso l’applicazione delle misure sanzionatorie previste dall’art. 709 ter c.p.c., senza poi considerare le eventuali conseguenze di natura penalistica.
L’introduzione della doppia residenza anagrafica del minore, inoltre, non solo inciderebbe sul concetto civilistico di “dimora abituale” (ex art. 43 c.c.), comportando altresì una serie di criticità legate al requisito stessa della residenza (quali, a titolo esemplificativo, l’accesso del minore ai servizi pubblici sanitari – ASL, medico di base, pediatra, servizi sociali – e scolastici) ma di certo non ovvierebbe concretamente al problema dei casi di “illecito” trasferimento del minore, che potrebbe in ogni caso essere arbitrariamente trasferito di fatto in altro domicilio;

  1. c) ancor più emblematici sono gli interventi effettuali in ambito penalistico.

*art. 4 modifica l’art. 570 c.p. (violazione degli obblighi di assistenza familiare) attribuisce rilevanza penale alla condotta del genitore che “attua comportamenti che privano – i minori – della presenza dell’altra figura genitoriale”. Non viene espressamente prevista però alcuna ipotesi di “giustificato motivo”, quale quello – ad esempio – di dover proteggere il minore dai comportamenti abusanti, maltrattanti e/o comunque gravemente pregiudizievoli per il minore, né vengono introdotte eventuali procedure emergenziali che garantiscano la tempestiva messa in sicurezza del minore stesso.
In tali casi, pertanto, il reato si configurerebbe lo stesso salvo poi ricorrere ad eventuali cause di esclusione del reato (quali ad esempio lo stato di necessità ex art 54 c.p., l’adempimento di un dovere ex art. 51 c.p., l’art. 40 comma 2 c.p.).
Rimane comunque emblematica la circostanza che non si sia avuta la premura di considerare né le eventuali situazioni di violenza né l’effetto deterrente che questa previsione potrebbe generare nelle vittime.
Per contro, seppur nella Relazione, si rileva come “la presenza nella vita dei figli non deve rappresentare una facoltà che si può non esercitare o di cui si può privare l’altro, ma un diritto-dovere per il quale è prevista tutela e al quale non ci si può sottrarre”, l’art. 4, nel sostituire l’attuale formulazione dell’art. 570 c.p., elimina il richiamo agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale ed i relativi rimandi agli artt. 147 c.c. ed all’art. 316 c.c., riconoscendo rilevanza penale ai soli casi in cui il genitore si sottrae agli obblighi di assistenza, cura ed educazione dei figli minori; non prevede alcuna misura sanzionatoria che incida (così come previsto per il reato di calunnia ex art. 3, di cui si dirà in seguito) sull’esercizio della responsabilità genitoriale del genitore inadempiente ed introduce un possibile affievolimento delle misure sanzionatorie prevedendo che il Giudice, quando ne ravvisi l’opportunità, può applicare, anche d’ufficio, in luogo delle pene detentive o pecuniarie, le pene del “lavoro di pubblica utilità”, affievolendo quindi le conseguenze sanzionatorie del comportamento illecito.
Pertanto, se per un verso si introduce la punibilità della condotta del genitore che priva il minore della presenza dell’altro genitore, per altro verso, si prevede la limitazione ed il possibile affievolimento dell’intervento sanzionatorio a carico del genitore che si sottrae ai propri obblighi genitoriali.

* art. 5 in modifica dell’art. 572 c.p. (attualmente rubricato: maltrattamenti contro familiari e conviventi), attua l’intervento maggiormente scriminante e restrittivo rispetto alle situazioni di violenza intra-familiare, restringendo il campo di applicazione della norma, minando fortemente la perseguibilità del reato e diminuendo le pene edittali. In particolare, l’art. 5:

  • attuando una regressione nel passato, restringe nuovamente il campo di applicazione della norma alle sole situazioni di violenza consumatesi all’interno della famiglia in senso stretto, escludendo le situazioni di convivenza di fatto. Ciò emerge sia dalla rubricazione del reato che torna ad essere “maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli” sia dal testo del nuovo art. 572 c.p. ove viene eliminato il richiamo al “convivente”;
  • fa riferimento alle sole ipotesi di violenza fisica o psichica con esclusione delle ulteriori condotte oggi ritenute penalmente rilevanti quali la violenza psicologica ed economica;
  • introduce il concetto di “sistematicità” della violenza fisica o psicologica. L’attuale requisito della abitualità della condotta maltrattante viene pertanto sostituito dal requisito della “sistematicità” (cfr.: art. 5: “chiunque…usa sistematicamente violenza fisica o psichica nei confronti di una persona della famiglia”), requisito che, come può agevolmente desumersi, restringerà il campo di applicazione della norma alle sole ipotesi in cui le violenze siano sistematiche, ovvero regolati e costanti nel tempo, senza considerare che nella relazione violenta possono verificarsi riconciliazioni o “periodi di normalità”.

Tale proposta di modifica legislativa rende evidente come i Senatori proponenti non conoscano il fenomeno della violenza, che si caratterizza anche per i c.d. “periodi di luna di miele” ovvero periodi di apparente “tranquillità” e riconciliazione, di solito immediatamente successivi alle aggressioni, in cui l’aggressore interrompe momentaneamente la condotta illecita, chiedendo perdono, e la vittima pone in essere comportamenti accondiscendenti nei confronti del soggetto maltrattante per evitare ulteriori aggressioni e/o nella speranza che si determini un cambiamento in positivo del rapporto per il bene dei figli e l’unità familiare.

  • diminuisce le relative pene edittali. Dagli attuali dai 2 ai 6 anni nei casi previsti dal 1 comma si passa ai dai 1 ai 5 anni; dai 4 ai 9 anni in caso venga cagionata una lesione personale grave si passa ai da 4 a 8 anni; rimane ferma la pena dai 7 ai 15 anni in caso venga cagionata una lesione personale gravissima ma si riduce quella prevista per i casi di morte che dai 12 ai 24 anni viene diminuita ai dai 12 ai 20;
  • Inoltre, malgrado si introduca il requisito restrittivo della “sistematicità” del comportamento maltrattante, per altro verso, si prevede l’ipotesi della “minore gravità” del fatto. In tali casi, il Giudice, anche d’ufficio e senza che sia previsto alcun ascolto della vittima, può applicare al soggetto dichiarato colpevole, la pena del lavoro di pubblica autorità, disconoscendosi così la gravità, anche sociale, del comportamento violento.

* art. 3 modifica l’art. 368 (calunnia). Malgrado l’inevitabile impatto processuale che comporterebbe l’intervento restrittivo effettuato sulle ipotesi delittuose del reato di maltrattamenti (basti pensare all’introduzione del concetto di sistematicità della condotta in luogo a quello dell’abitualità), si avanza all’art. 3, una proposta di modifica legislativa volta ad introdurre quale pena la “sospensione della potestà genitoriale” qualora il reato di calunnia sia commesso da un genitore a danno dell’altro. Come noto il reato di calunnia, consiste nell’incolpare falsamente dinanzi l’Autorità Giudiziaria un soggetto di aver commesso un reato pur sapendolo innocente.
Ciò posto, ove un genitore denunci l’altro per maltrattamenti ma il procedimento dovesse naufragare (ad esempio seppur abituale la condotta viene ritenuta non “sistematica”) l’eventuale assoluzione del denunciato potrebbe legittimare l’apertura di un procedimento penale per il reato calunnia a carico della denunciante, a cui potrebbe seguire l’applicazione a carico di quest’ultima della sanzione della “sospensione della potestà genitoriale”.
Naturalmente in detti casi la dimostrazione dell’elemento della conoscenza dell’innocenza del denunciato avrà fondamentale rilevanza nel procedimento penale per calunnia, ciò non toglie che la vittima dei maltrattamenti sarà maggiormente esposta a strumentali denunce per calunnia, con conseguenti effetti deterrenti sulle vittime stesse che potrebbero decidere di non denunciare per paura di vedersi applicate sanzioni penali che incidono sulle loro funzioni genitoriali e sulla relazione genitore/figlio.
Detta proposta di modifica legislativa (che deve necessariamente leggersi congiuntamente alla proposta di modifica dell’art. 572 c.p. – ex art. 5), oltre a rintrodurre il concetto di “potestà genitoriale” in luogo di quello della “responsabilità genitoriale”, prevede pertanto l’introduzione di misure afflittive che incidono direttamente sulla relazione genitore/figlio-a, privando il genitore ritenuto colpevole del reato di calunnia della possibilità di svolgere il proprio ruolo genitoriale. Non è altresì chiaro se la misura della “sospensione della potestà genitoriale” sia da considerarsi una pena accessoria da cumularsi alla pena edittale principale.
Sorprende però che la medesima misura sanzionatoria della “sospensione della potestà genitoriale” (ergo responsabilità) non sia stata espressamente prevista anche per le ipotesi delittuose in cui il genitore maltratti i propri familiari e/o il figlio minore ovvero non adempia ai propri doveri genitoriali (ex artt. 570 e 572 c.p.), previsione che per contro avrebbe rappresentato un segnale di riconoscimento e di tutela delle situazioni di violenza e/o di negligenza genitoriale.

  1. d) relativamente alle proposte di modifica di natura civilistica, in aggiunta a quanto rappresentato ai punti lett. a e b., malgrado la Convenzione di Istanbul preveda espressamente all’art 31 che le parti debbano adottare “misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza” ed all’art. 48 che le parti debbano adottare “misure legislative o di altro tipo destinate a vietare i metodi alternativi di risoluzione di conflitti tra cui la mediazione e la conciliazione, per tutte le forme di violenza…”, il D.d.L., n. 45 all’art. 1 a modifica dell’art. 706 c.p.c., propone:

* l’introduzione dell’obbligatorietà di percorso di riconciliazione nei procedimenti di separazione personale dei coniugi. Con l’intento di “fornire” o sarebbe meglio dire “imporre” ai genitori uno “strumento per impostare correttamente un nuovo tipo di vita familiare”, il D.d.L. n. 45 prevede che le parti, prima di avviare un procedimento di separazione, devono obbligatoriamente intraprendere un percorso di “riconciliazione” volto a prendere “coscienza dei problemi scaturenti dalla separazione riguardo ai figli” e ad elaborare le “modalità di sostegno per i figli minori” (cfr.: Relazione).
Detto “effettivo e concreto” percorso di “tentativo di riconciliazione” dovrà essere svolto presso apposite strutture pubbliche o private e la documentazione attestante l’avvenuta partecipazione al percorso dovrà essere allegata al ricorso introduttivo. Ciò posto:

  • seppur non espressamente previsto, detto obbligo – per deduzione – parrebbe applicarsi nei procedimenti di separazione coniugale ai soli coniugi genitori di figli minori;
  • prevedere che il ricorso “deve contenere…la documentazione dello svolgimento di un percorso” di riconciliazione, sembrerebbe delineare una condizione di procedibilità ovvero di ammissibilità del ricorso stesso;
  • si crea inoltre una dubbia sovrapposizione di percorsi obbligatori ovvero, il percorso obbligatorio di riconciliazione (previsto dal D.d.L. 45) ed il percorso obbligatorio di mediazione familiare previsto dagli altri D.d.L. in materia (nn. 735, 768 e 118). All’uopo non può non rilevarsi come il percorso di riconciliazione ed il percorso di mediazione abbiano caratteristiche e finalità completamente diverse.

Ci si chiede, pertanto, se vi sia stata una errata sovrapposizione terminologica ovvero se il D.d.L. 45 voglia introdurre con un percorso diverso ovvero volto, in una visione catecumenale dell’unione matrimoniale, al recupero della relazione coniugale anche attraverso “la presa di coscienza dei problemi scaturenti dalla separazione…”. Sembrerebbe avvalorare tale ultimo intento la circostanza che, diversamente dal percorso di mediazione prevista nel D.d.L. 735, non è prevista la presenza degli Avvocati delle parti, neanche al primo incontro;
In ogni caso, si muovono a detta proposta di modifica legislativa le medesime osservazioni rivolte al D.d.L., n. 735 ovvero:

  • in violazione dell’art. 48 della Convenzione di Istanbul (di cui sopra), non vi è alcuna considerazione delle situazioni di violenza intra-familiare, le quali saranno in ogni caso soggette al medesimo obbligo del percorso riconciliativo;
  • si provoca una dilazione dei tempi di accesso alla Giustizia (artt. 24 e 25 Cost.);
  • si rende impossibile, l’accesso diretto alla Giustizia nei casi di urgenza e/o di grave pregiudizio per i minori, non essendo prevista alcuna clausola di salvezza o deroga al percorso di riconciliazione che garantisca l’accesso diretto ed immediato all’Autorità Giudiziaria con tempi compatibili con la messa in sicurezza dei soggetti vulnerabili;
  • viene meno il presupposto della volontarietà della coppia di intraprendere il percorso di riconciliazione, svuotando di fatto i medesimi intenti perseguiti;
  • in violazione dell’art. 24 Cost., si introduce l’onerosità del procedimento di riconciliazione. Non è infatti prevista l’istituzione di “apposite” strutture pubbliche e gratuite ove esperire detto percorso obbligatorio di riconciliazione né la possibilità di avvalersi del Patrocinio a Spese dello Stato, con conseguente aggravio di oneri e spese per le parti;

* l’introduzione nella domanda di separazione del “progetto educativo che i genitori intendono predisporre per il l minore, “i compiti specifici attribuiti a ciascun genitore” nonché “i tempi e le modalità di permanenza dei figli presso ciascun genitore”. Analogamente al D.d.L. 735, il D.d.L. n. 45, introduce il diritto/dovere dei genitori di prestabilire, al momento della presentazione del ricorso, la “vita” del minore. Seppur apparentemente meno dettagliato rispetto al concetto del c.d. “piano genitoriale” (previsto dal D.d.L. 735) detto “progetto educativo” – termine alquanto generico ed indefinito – include al proprio interno una molteplicità di questioni inerenti il minore quali il percorso scolastico, le attività extrascolastiche e/o culturali e/o formative del minore, le attività sportive e/o ricreative. Potrebbero rientrare nel concetto di progetto “educativo” anche l’educazione alimentare, le scelte religiose e le frequentazioni del minore. Sulla scorta di detto “progetto educativo”, i genitori dovranno poi attribuirsi specifici compiti (ripartizione difficilmente applicabile nel concreto) nonché indicare – sempre nel ricorso – i tempi e le modalità di permanenza dei figli presso ciascuno di essi. Anche in questo disegno di legge (così come nel D.d.L. n. 735) sembra pertanto reintrodursi – specialmente ove si consideri il riferimento al concetto di “potestà genitoriale” (e non di responsabilità genitoriale) – il diritto dei genitori di decidere sul futuro dei loro figli, senza prevedere specifici richiami all’ascolto del minore né strumenti legislativi che permettano al minore, di adire l’Autorità Giudiziaria, in caso di disaccordo con i genitori. Si specifica all’uopo che la Risoluzione n. 2079 (2015) del Consiglio D’Europa, nel ribadire assunti ormai pacifici, prevede espressamente che il tempo passato dal bambino con ciascun genitore deve regolarsi in base ai “bisogni e agli interessi del bambino…”, che si deve rispettare “il diritto dei bambini di essere ascoltati in tutte le questioni che li riguardano…” e che deve essere introdotta “la possibilità per i minori di chiedere una revisione delle disposizioni”…indicazioni di cui non si tenuto debitamente conto né nel D.d.L. n. 735 (malgrado l’espresso richiamo che viene fatto alla Risoluzione n. 2079 nella Relazione Illustrativa) né nel D.d.L. n. 45.

II)

Disegno di Legge n. 768

Rispetto agli altri D.d.L. analizzati, il D.d.L. n. 768 presta maggiore attenzione alle diverse criticità che caratterizzano le problematiche conseguenti alla disgregazione dei nuclei familiari e, se per un verso propone elementi certamente importanti ed innovati, per altro, introduce modifiche legislative il cui impatto negativo non è da sottovalutare.
Il D.d.L. n. 768, analogamente agli altri D.d.L., parte innanzitutto da assunti alquanto discutibili ovvero:

* riconosce ed avvalora la sindrome di alienazione genitoriale;

* ritiene che la normativa sull’affidamento condiviso sia stata fino ad oggi “svuotata dei suoi essenziali requisiti” e che i Giudici abbiano esercito un assoluto potere discrezionale proponendo, di conseguenza, una importante limitazione dei poteri valutativi del Giudice;

* nel richiamare la Risoluzione n. 2079/2015 persegue solo su una parte di essa, ignorando le molteplici finalità dalla medesima perseguite. Con la Risoluzione n. 2079/2015, infatti, il Consiglio D’Europa, nell’invitare gli Stati Membri a perseguire politiche che promuovano e garantiscano l’uguaglianza tra i genitori, invita altresì i medesimi a perseguire politiche volte a garantire la parità di genere sul posto di lavoro e nella vita privata. Per il Consiglio D’Europa, pertanto, le due questioni (ovvero quella della uguaglianza dei genitori e quello della parità di genere) sono strettamente connesse ed imprescindibili l’una dall’altra. Malgrado ciò, tutti i D.d.L. in discussione, hanno avanzato modifiche legislative volte a perseguire il primo obiettivo senza considerare in alcun modo l’imprescindibile necessità di apportare un intervento strutturale che elimini le disuguaglianze di genere;

* sulla scorta di ciò, introduce il concetto di paritetica frequentazione dei figli minori, regolandone le ipotesi di “impossibilità materiale”;

* introduce il mantenimento diretto di figli minori e ciò a prescindere dalle specifiche modalità di attuazione dell’affidamento condiviso e chiarendo espressamente che questa deve essere la forma contributiva da privilegiarsi anche in caso di affidamento esclusivo;

* introduce la regola generale della non assegnazione della casa familiare, che, salve le eccezioni di cui si dirà in seguito, spetterà al genitore che su di essa vanta i relativi diritti;

* introduce l’obbligo – prima di adire l’autorità giudiziaria e fatti salvi i casi di assoluta urgenza o di grave ed imminente pregiudizio per i minori – di rivolgersi ad un organismo di mediazione per acquisire informazioni sulle potenzialità di un eventuale percorso di mediazione e, se vi è interesse per avviarlo, prevedendo la gratuità del solo primo incontro;

Per altro verso, il D.d.L. n. 768, riconosce espressamente le situazioni di violenza intra-familiare e dispone che il Giudice debba tener distinte le situazioni di “unilaterale aggressività” dalla “reciproca” aggressività.  Antepone però alle situazioni di violenza intra-familiare, le condotte c.d. “alienanti”.

L’analisi del testo, permette di cogliere i vari aspetti del D.d.L. n, 768.

1) affidamento condiviso, affidamento esclusivo ed esercizio della responsabilità genitoriale

  1. a) affidamento condiviso dei minori.

Sull’assunto che la normativa sull’affidamento condiviso sia stata di fatto “svuotata” e con l’intento di limitare il ritenuto “assoluto potere discrezionale” esercitato dai Giudici, l’art. 1 prevede che “a prescindere dal rapporto tra i genitori il figlio minore ha il diritto… di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione ed istruzione da entrambi (si elimina il riferimento all’assistenza morale) con paritetica frequentazione e assunzione di responsabilità e di impegni e con pari opportunità anche temporali con i figli”. Anche nei casi in cui si ravvisino ipotesi di c.d. “impossibilità materiale” che rendano materialmente impossibile una gestione paritaria della frequentazione dei minori (quali – come specificato nella Relazione – particolari condizioni di salute, allattamento o particolari impegni lavorativi dei genitori), deve essere in ogni caso garantita, (anche attraverso recuperi durante le vacanze scolastiche), una “frequentazione mai inferiore a un terzo del tempo presso ciascun genitore”. Specifica altresì il D.d.l. che, in ogni caso, l’età dei figli, la distanza tra le abitazioni dei genitori ed il tenore dei loro rapporti non rilevano ai fini dell’affidamento condiviso ma, eventualmente, influiscono solo sulle relative modalità di attuazione. Nel caso in cui poi, la decisione fosse rimessa al Giudice, quest’ultimo determinerà le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore “tenendo conto delle capacità di ciascuno di essi di rispettare la figura ed il ruolo dell’altro”, prevedendo all’uopo che, nel valutare la natura del conflitto esistente tra i genitori, il Giudice deve distinguere “l’unilaterale aggressività da quella reciproca”. In ogni caso ed a prescindere da ciò, rimane però ferma la previsione del doppio domicilio del minore presso l’abitazione di entrambi i genitori (il Giudice dovrà infatti stabilire il luogo ove il minore avrà la propria residenza anagrafica, fissando in ogni caso il domicilio presso entrambi i genitori) ed il rispetto del limite temporale minimo di “frequentazione mai inferiore a un terzo del tempo presso ciascun genitore”. Pertanto, anche nei casi in cui la paritetica frequentazione sia materialmente impossibile ovvero un genitore manifesti un comportamento aggressivo verso l’altro dovrà in ogni caso garantirsi (quantomeno) il tempo minino di frequentazione.

  1. b) art. 2 affidamento esclusivo del minore ad un solo genitore

Relativamente al regime dell’affidamento esclusivo il D.d.L, n. 768 interviene in duplice modo:

  • per un verso, limita fortemente il potere discrezionale del Giudice di valutare ed applicare il regime di affidamento che ritiene maggiormente rispondente al preminente interesse del minore. Specifica la Relazione che “al giudice non è data la facoltà di scegliere a sua discrezione tra i due istituti, l’affidamento condiviso e quello esclusivo, ma solo di proteggere il minore da uno dei genitori, ove essere a lui affidato possa arrecargli pregiudizio”, pertanto, “solo ove si verifichino determinate condizioni…si può escludere il genitore dall’affidamento”. Dette particolari condizioni dovranno, inoltre, essere dimostrate da quella che viene definita “l’accusa” (a cui spetta l’onere della prova), previsione questa che preclude ulteriormente il potere discrezionale del Giudice di valutare, nel concreto, ogni singolo caso e di emettere il provvedimento che ritiene maggiormente aderente agli interessi del minore. L’art. 2 dispone quindi che il Giudice può escludere – con provvedimento motivato – dall’affidamento qualora ritenga che “da quel genitore, se affidatario, possa venire pregiudizio per il minore”.
  • per altro verso, tipicizza specifiche condotte genitoriali di per sé idonee ad escludere l’affidamento quali:

– il perdurante maltrattamento intra-familiare, la violenza sia fisica che psicologica, in particolare la violenza di genere e la violenza assistita dai figli, l’abuso e la trascuratezza;

– le manipolazioni dei figli volte al rifiuto o all’allontanamento dell’altro genitore e

– le denunce comprovatamente e consapevolmente false mosse al medesimo scopo.

Rispetto alla formulazione dell’articolo, se per un verso si plaude alla tanto attesa considerazione delle situazioni di violenza e di maltrattamento intra-familiare, non possono non sollevarsi le seguenti osservazioni:

  • Il riferimento generico alla “esclusione dell’affidamento”, in assenza di ulteriori specificazioni potrebbe comportare seri problemi interpretativi quali, paradossalmente, l’esclusione di qualsiasi regime di affidamento (anche l’esclusivo) e ciò anche in capo ad entrambi i genitori. Sarebbe quindi necessario specificare che dette condotte comportamento l’esclusione dell’affidamento condiviso in capo al genitore maltrattante, abusate o “alienante”;
  • si riconosce rilevanza giuridica alla PAS, sindrome come noto priva di qualsivoglia riconoscimento scientifico;
  • si delinea una importante discriminazione tra le situazioni di maltrattamento intra-familiare e le asserite condotte manipolative introducendo un intervento “sanzionatorio” – che peraltro incide notevolmente sulle funzioni genitoriali e sulla relazione genitore/figlio – estremamente sbilanciato. Invero, mentre per le situazioni di maltrattamento intrafamiliare si richiede che detto comportamento sia “perdurante” nel tempo, per le condotte manipolatorie si richiede solo che esse siano “volte” ad indurre nel minore il rifiuto o l’allontanamento del figlio dell’altro genitore. Nel primo caso (ovvero nei casi di maltrattamento intrafamiliare) si richiede pertanto che vi sia un comportamento che si è protratto continuativamente nel tempo e che abbia già pregiudicato la salute psicofisica del minore. Nel secondo caso (ovvero nei casi di manipolazioni) per contro, è sufficiente che un genitore ponga in essere una condotta minore, “volta” al semplice rifiuto o all’allontanamento del figlio dell’altro genitore, a prescindere dal fatto che detta condotta si stata concretamente agita ovvero che abbia avuto effetti sul minore.
  • analogamente, si introduce poi la dibattuta questione delle denunce comprovatamente e consapevolmente “false” – come noto statisticamente inferiori a quelle “vere” – mosse al medesimo scopo. Posto infatti che vi sarà la concreta difficoltà di accertare, in sede civile, l’eventuale falsità della denuncia e l’elemento soggettivo della “strumentalità” della stessa, si rischia nuovamente di introdurre strumenti deterrenti che disincentiveranno le vittime a denunciare i maltrattamenti per paura che ciò possa incidere negativamente sulle funzioni genitoriali e sul rapporto con i figli.

Deve aggiungersi, altresì che il D.d.L. prevede che – in ogni caso – dovrà tentarsi (nel rispetto dei diritti dei figli di mantenere, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore, di ricevere cura, educazione ed istruzione da entrambi con paritetica frequentazione e assunzione di responsabilità e di impegni) il “recupero del genitore abusate o carente. Nei soli casi di violenza psicologica, inoltre, è previsto che il Giudice possa adottare (determinandone le modalità) l’attuazione di specifici programmi di trattamento sanitario finalizzato al “rapido recupero dei diritti relazionali del minore”. Posto che è ancora controversa la possibilità o meno per l’Autorità Giudiziaria di imporre dei programmi di trattamento sanitario, si rileva come sarebbe conseguentemente necessario un propedeutico intervento normativo volto a creare ovvero ad implementare e rendere concretamente efficaci strutture pubbliche – altamente specializzate – in grado di intervenire positivamente in situazioni così complesse. L’applicazione concreta della proposta di modifica legislativa presupporrebbe pertanto un preventivo investimento di risorse pubbliche, volto a creare strutture specializzate. In assenza di ciò, si andrebbero ulteriormente ad aggravare i già oberati Servizi Sociali Territoriali, circostanza questa renderebbe praticamente impossibile l’utile espletamento di qualsivoglia percorso di recupero.
Ove sorgano difficoltà o contestazioni il Giudice potrà poi emanare i provvedimenti più opportuni “per tutelare le persone interessate”. Tale disposizione si applica però alle sole ipotesi di violenza psicologica e non alle altre ipotesi di violenza, che rimangono pertanto prive di detta tutela.
Desta altresì preoccupazione che malgrado si verta in situazioni altamente pregiudizievoli per il minore (maltrattamento intra-familiare, violenza fisica e/o psicologica e/o assistita, abuso e trascuratezza), non sia stata prevista alcuna deroga espressa al principio generale della paritetica frequentazione o al limite minino obbligatorio “mai inferiore ad un terzo” della frequentazione del minore ovvero la possibilità per il Giudice di emettere specifici provvedimenti a tutela del minore stesso.
In ottemperanza all’art. 48 della Convenzione di Istanbul, doveva inoltre escludersi – nei casi di violenza e maltrattamento intra-familiare – l’obbligo di rivolgersi ad un organo di mediazione familiare, anche solo per acquisire informazioni circa la potenzialità del percorso, così come sarebbe opportuno prevedere l’espresso divieto di far intraprendere alle parti percorsi che richiedono incontri congiunti (CTU, percorso di sostegno alla genitorialità ecc..).

  1. c) sull’esercizio della responsabilità genitoriale.

L’affidamento, sia esso condiviso e/o esclusivo, è strettamente connesso all’esercizio della responsabilità genitoriale, definita dall’art. 7 quale “l’insieme dei diritti e dei doveri dei genitori che hanno per finalità l’interesse dei figli”. A prescindere dal regime di affidamento (condiviso e/o esclusivo) e fatte salve eventuali diverse determinazioni del Giudice, le questioni oggi definite di ordinaria amministrazione e ridefinite dal presente D.d.L. “di secondaria rilevanza” dall’art. 1 e di “gestione della vita quotidiana dei figli” dall’art. 2, sono esercitate dai genitori separatamente, provvedendo il genitore presente.
Salvo il caso in cui sia disposto l’affidamento esclusivo ad un solo genitore, l’esercizio della responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori e le decisioni di maggior interesse per i figli (quali l’istruzione, l’educazione e la salute) devono essere assunte dai genitori di comune accordo.
Diversamente dall’attuale normativa, specifica disposizione viene prevista per la questione del cambio di residenza dei minori. Il D.d.L., al fine di porre dei “limiti al frequente abuso di potere da parte del genitore collocatario che si trasferisce con i figli dove meglio crede senza prendere accordi con l’altro e senza autorizzazione del giudice; molto spesso impunemente”, specifica che “il cambiamento di residenza dei figli costituisce decisione di maggior interesse e richiede l’accordo dei genitori” o in caso di mancato accordo, l’autorizzazione del Tribunale. Ciò posto, il successivo art. 2 dispone che, salva diversa disposizione del Giudice, “le decisioni di maggiore interesse per i figli – (e pertanto le decisioni inerenti l’istruzione, l’educazione, la salute e per l’appunto la residenza) –sono adottare dal genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva”. Il successivo art. 14 però, (in modifica l’art. 709 ter c.p.c.) prevede che “nel caso in cui uno dei genitori, anche se affidatario esclusivo, trasferisca la prole senza il consenso scritto dell’altro genitore o del giudice in luogo tale da interferire con le regole dell’affidamento, il giudice dispone il rientro immediato dei figli e il risarcimento di ogni conseguente danno, valutando tale comportamento ai fini dell’affidamento e delle sue modalità di attuazione”.

Non è chiaro se i Senatori proponenti siano caduti in una contraddizione ovvero se il discrimine tra l’art. 2 e l’art. 14 sia la scelta del luogo ove il genitore affidatario esclusivo si sia trasferito con il minore (ovvero un luogo che potrebbe interferire con le regole dell’affidamento).
Ciò posto, si rileva però come qualsiasi trasferimento – specialmente nelle grandi città – potrebbe interferire con le regole dell’affidamento.
Le due disposizioni pertanto generano difficoltà interpretative ed applicative con conseguenti pregiudizi per il minore (che potrebbe subire un “rientro” immediato e “coatto” nella vecchia abitazione) e per il genitore affidatario esclusivo che potrebbe veder valutato negativamente il suo comportamento, con ricadute nel regime di affidamento e/ o sulle sue modalità di attuazione ed eventualmente condannato al risarcimento dei danni.

2) Sul contributo al mantenimento dei figli.

Ed ancora, a prescindere dall’eventuale affidamento condiviso o esclusivo (anche in caso di affidamento esclusivo infatti il mantenimento diretto deve essere la forma da privilegiare), ovvero a prescindere dai determinati tempi e dalle modalità di frequentazione del minore, si introduce il mantenimento diretto dei figli.

Specifica la Relazione come debba rendersi “del tutto inequivoca, e quindi, ineludibile, la prescrizione in favore del mantenimento diretto che dovrà essere stabilito ogni qualvolta sia chiesto, anche da un solo genitore, rimettendo al giudice la (sola) divisione degli oneri economici ove non concordata”.

Si priva pertanto il Giudice di qualsivoglia possibilità di valutare e calibrare la corresponsione del contributo economico del minore al caso concreto; ciò, paradossalmente, non solo nei casi di affidamento esclusivo ma anche nei casi in cui la riscontrata ’“impossibilità materiale” renda impossibile una paritaria frequentazione del minore (comunque mai inferiore ad un terzo). “Fatti salvi diversi accordi tra le parti” e, senza che sia prevista alcun possibile intervento discrezionale del Giudice, “ciascuno dei genitori provvede in forma diretta e per capitoli di spesa al mantenimento dei figli in misura proporzionale alle proprie risorse economiche”. Le modalità ed i capitoli di spesa saranno concordati tra i genitori ed in caso di disaccordo saranno stabiliti dal Giudice.

Rispetto alla quantificazione del contributo economico, il costo dei figli verrà valutato tenendo conto delle “attuali esigenze del figlio” e delle “attuali risorse economiche dei genitori”.

Inoltre sull’assunto che “nel corso del tempo le spese a vantaggio del figlio, soggetto in età velocemente evolutiva, hanno continui cambiamenti” viene eliminato il parametro del “tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori”.

Non si considera però che i richiamati “continui cambiamenti” influenzeranno inevitabilmente anche la tipologia e l’entità dei capitoli di spesa così come le “attuali esigenze del figlio”.

Il trascorrere del tempo, inoltre, potrebbe incidere anche sulle “attuali risorse economiche dei genitori”.

La rigida ripartizione della contribuzione in capitoli di spesa, sganciata altresì dalla tipologia del regime di affidamento applicato (condiviso o esclusivo) e dalle reali modalità e tempi di frequentazione del minore, rende ardua una reale compartecipazione dei genitori alle spese relative al minore, circostanza questa che potrebbe implementare vertiginosamente, specialmente con il trascorrere del tempo, i ricorsi all’Autorità Giudiziaria.

Al fine di contenere le conseguenze negative dell’applicazione dell’istituto del mantenimento diretto (aggravate dall’assenza di un strutturato intervento legislativo volto a garantire la parità di genere sul posto di lavoro ed a sanare il gap salariale tra uomo e donna), il D.d.L. prevede che il Giudice deve valutare anche la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore (difficilmente monetizzabili) e, ove necessario, potrà stabilire (al fine di realizzare il principio di proporzionalità) la corresponsione di un assegno perequativo periodico in favore del genitore economicamente più debole. Qualora, poi, un genitore venga “comprovatamente” meno al dovere di provvedere al mantenimento del figlio nella forma diretta per la parte di sua spettanza, il Giudice, su richiesta dell’altro genitore, revocherà il mantenimento diretto e disporrà che il genitore inadempiente corrisponda, per il figlio, un contributo economico all’altro genitore.

Tenuto conto che la contribuzione è per capitoli di spesa, l’arduo onere di provare il comportamento inadempiente di un genitore spetterà inevitabilmente al genitore che già lo patisce, il quale si troverà pertanto costretto ad adire nuovamente (con ulteriore aggravio di spese) il Giudice ed a provvedere in via esclusiva al figlio fino al provvedimento del Tribunale. Senza contare poi che qualora il genitore tenuto al versamento perseveri nel comportamento inadempiente, l’altro genitore dovrà adire nuovamente l’Autorità Giudiziaria per ottenere il recupero delle somme e/o gli ulteriori provvedimenti necessari.

Non si considera, poi, che il comportamento inadempiente di un genitore, non solo disattende i doveri genitoriali ma è altresì sintomatico di un grave disinteresse nei confronti del figlio. Detto comportamento dovrebbe pertanto essere espressamente considerato al fine di una eventuale modifica del regime di affidamento e/o delle sue modalità di attuazione.

3) Sulla casa familiare

Rispetto alla questione dell’abitazione familiare, la Relazione precisa come il problema della sua assegnazione debba porsi “solo in via eccezionale ovvero quando non si è potuto rispettare – per ragioni oggettive come la distanza tra le abitazioni – il diritto indispensabile dei figli a essere presenti in misura simile presso ciascuno dei genitori”.

Si reintroduce pertanto il concetto privatistico dell’abitazione familiare, stabilendo che fatti salvi casi eccezionali, la casa resterà a colui che su di essa vanta i relativi diritti.

Nel codificare ciò, l’art. 3 dispone che il “godimento della casa familiare è attribuito di regola secondo la legge ordinaria”.

Per contro, nel caso in cui la frequentazione genitori/figli sia sbilanciata (denominati “casi eccezionali” nonostante rappresentino invece la maggioranza dei casi!), il godimento della casa sarà attribuito tenendo conto “esclusivamente” dell’interesse dei figli.

In questo ultimo caso, però, il genitore che vede assegnarsi il godimento dell’abitazione dovrà – e non è specificato come né in quale misura! – “compensarne le conseguenze economiche”.

Si introduce poi quella che viene definita nella Relazione una “regola di solidarietà” a tutela del genitore che, costretto a rilasciare l’abitazione familiare, si trovi a patire una situazione di disagio abitativo, circostanza che potrebbe influire e limitare la possibilità del genitore economicamente più debole di tenere con sé il figlio.

In tali ipotesi, il Giudice potrà stabilire in favore del genitore che non abbia sufficienti risorse economiche per garantire ai figli una adeguata dimora, un contributo economico a fini abitativi a carico dell’altro genitore.

Seppur apprezzabile, la “regola di solidarietà” non tutela concretamente il genitore economicamente più debole laddove l’altro resti inadempiente.
L’art. 3 modifica altresì la normativa relativa al cambio di residenza o di domicilio di uno dei genitori, stabilendo che ove detto mutamento interferisca con le modalità di affidamento dei minori, ciascun genitore potrà ricorrere all’Autorità Giudiziaria e chiedere la modifica delle condizioni anche rispetto agli aspetti economici. Viene però eliminato l’attuale obbligo di un genitore di comunicare all’altro genitore, entro il termine perentorio di 30 giorni, l’avvenuto cambio di residenza e di domicilio e la possibilità – in caso di mancata comunicazione – per il genitore ignaro di vedersi attribuito il risarcimento del danno eventualmente verificatosi a causa delle difficoltà riscontrate nel reperirlo.

4) Ascolto del minore.   

L’attuale normativa prevede che il Giudice, ex artt. 336 bis e 337 octies c.c. dispone l’ascolto del figlio minore (che abbia compiuto i 12 anni o anche di età inferiore ove capace di discernimento) salvo che ritenga detto ascolto manifestatamente superfluo ovvero in contrasto con l’interesse del minore. Il D.d.L., con l’intento di “restituire ai figli il pieno diritto all’ascolto”, sembra eliminare la possibilità per il Giudice di valutare, caso per caso, l’eventuale dannosità dell’ascolto del minore. Per contro, prevede la sola ipotesi che sia il minore ad esprimere il proprio rifiuto ad essere ascoltato, (rifiuto la cui fondatezza sarà valutata dal Giudice) e la possibilità per il minore – anche nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto dell’accordo dei genitori – di essere ascoltato ove ne faccia richiesta.

5) Mediazione familiare

Anche il D.d.L. n. 768 – salvi i casi di assoluta urgenza o di grave ed imminente pregiudizio per i minori – impone ai genitori di rivolgersi ad un organismo di mediazione, prima adire l’Autorità Giudiziaria.

I genitori pertanto non potranno più accedere direttamente alla giustizia ma dovranno prima rivolgersi ad un mediatore per acquisire informazioni sulle potenzialità di un eventuale percorso di mediazione e, se vi è interesse, per avviarlo. Detto percorso potrà essere interrotto in qualsiasi momento ma in questo caso o in caso di insuccesso, il Giudice emetterà i relativi provvedimenti solo previa acquisizione di un attestato da parte dell’organismo di mediazione che certifichi che le parti hanno tentato la mediazione. Il Giudice, segnalerà altresì alle parti “l’opportunità di rivolgersi” ad un mediatore anche nel caso in cui i contrasti insorgano successivamente – in ogni stato e grado del giudizio – o anche dopo la sua conclusione.

In ogni caso, è prevista la gratuità del solo primo incontro. Detto percorso sarà pertanto economicamente a carico delle parti, le quali dovranno poi sostenere le spese processuali e legali del relativo procedimento dinanzi l’Autorità Giudiziaria e ciò, sia che si raggiunga un accordo sia che non si raggiunga.

Anche il D.d.L. n. 768, prevede poi il divieto di testimonianza per il mediatore e per gli eventuali soggetti che hanno assistito al procedimento, il divieto di testimonianza per le parti e la segretezza degli atti e dei documenti del procedimento di mediazione cui segue la relativa impossibilità di produrli nel successivo procedimento giudiziale. Nulla di quanto accade nel procedimento di mediazione potrà pertanto essere posto all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria, limitando di fatto la cognizione del Giudice.

III)

Disegno di Legge n. 118

Il D.d.L., n. 118, nel perseguire anch’esso l’obiettivo di incrementare il ricorso alla mediazione nei procedimenti di separazione dei coniugi, manifesta almeno formalmente maggiore attenzione rispetto alle criticità legata all’obbligatorietà del percorso. Invero, diversamente agli altri D.d.L., il D.d.L. n. 118 prevede che il Presidente del Tribunale, “invita le parti a rivolgersi a un organismo di mediazione familiareper acquisire informazioni sulle potenzialità di un eventuale percorso di mediazione e, se vi è interesse, per avviarlo. Non vi sarebbe pertanto alcun obbligo bensì un semplice invio. Ciò posto, premesso che già ora i Tribunali invitano le parti ad intraprendere percorsi di mediazione (invito di sovente espressamente previsto Decreti di fissazione delle udienze di prima comparizione), il requisito della volontarietà rischia di essere minato laddove si prevede che, in caso di interruzione del percorso, le parti debbano obbligatoriamente motivare al mediatore i motivi dell’interruzione del percorso nonché ove – dando per assodato che le parti accettino l’invito – si prevede che, in caso di insuccesso del percorso di mediazione, il Presidente adotterà i relativi provvedimenti solo previa acquisizione di un attestato rilasciato dal mediatore familiare comprovante l’effettuazione del tentativo di mediazione.

L’invito a rivolgersi ad un organismo di mediazione, viene escluso nei casi in cui si ravvisi una “assoluta urgenza” o un “grave e imminente pregiudizio per i minori”, circostanze che saranno naturalmente rimesse alla discrezionale valutazione del Giudice, ma in violazione dell’art. 48 della Convenzione di Istanbul (che vieta “metodi alternativi di risoluzione di conflitti per tutte le forme di violenza) non è specificatamente previsto l’esclusione dell’invito nei casi di violenza intra-familiare.

Analogamente agli altri D.d.L., il Giudice potrà segnalare alle parti “l’opportunità di rivolgersi” ad un mediatore anche qualora i contrasti insorgano successivamente (in ogni stato e grado del giudizio di separazione o anche dopo la sua conclusione) ed è previsto il divieto di testimonianza per le parti, per il mediatore, per gli eventuali soggetti che hanno assistito al procedimento nonché la segretezza degli atti e dei documenti del procedimento di mediazione con conseguente impossibilità di produrli nel procedimento giudiziale.

Si rileva, che il D.d.L., n. 118 non prevede la gratuità neanche del primo incontro di mediazione.

In conclusione, tenuto conto delle diverse criticità che caratterizzano ciascun D.D.L. e delle evidenti ricadute negative che l’eventuale codificazione potrebbe arrecare, tenuto altresì conto della circostanza che vi è il concreto pericolo che i diritti e gli interessi del minore vengano strumentalizzati per perseguire gli interessi personalistici e privatistici degli adulti, si auspica che venga delineato un intervento legislativo scevro da condizionamenti politici e di parte che intervenga in modo serio ed obiettivo in una materia così delicata quale è quella del diritto di famiglia.

Ufficio legale di be free

avv.ta sabrina fiaschetti

avv.ta carla r. quinto

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Note critiche al ddl Pillon

NOTE CRITICHE AL D.D.L. N. 735, REL. PILLON

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1
I) INTRODUZIONE

Le modifiche legislative che il Disegno di legge n. 735 Rel. Pillon intende apportare manifestano la ferma volontà dell’attuale governo di perseguire intenti privatistici e di lobby. Ignorando le peculiarità del nostro sistema giuridico, politico, sociale ed economico, il D.d.l. introduce disposizioni che se entrassero in vigore, comporterebbero una grave regressione normativa rispetto al passato, alimentando disuguaglianze e discriminazioni di genere. Ciò emerge già nella Relazione illustrativa al D.d.l. nella quale si cerca di “giustificare” l’iniquità delle norme così concepite, richiamando il successo di istituti come la Alternative Dispute Resolution (ADR) ed i dati statistici di Paesi dove la divisione dei ruoli genitoriali e le disparità socio-economiche tra i sessi sono totalmente diversi dalla realtà nazionale.
Il D.d.l. Pillon, nel tentativo illegittimo di ridefinire i rapporti familiari a discapito delle donne e dei minori, disegna una serie di norme tese a:
a) de-giurisdizionalizzare una materia così complessa e delicata come quella del diritto di famiglia che riguarda la vita quotidiana delle persone, relegando al potere valutativo e decisionale affidato al giudice naturale precostituito per legge (ex artt. 24 e 25 Cost.) un ruolo residuale ed estremamente marginale, ricorrendo a figure private, non specializzate, spesso estranee al sistema giudiziario quali i mediatori ed i coordinatori
genitoriali;
b) ripristinare il primitivo “ordine familiare precostituito”, “restituendo” il diritto dei genitori di decidere sul futuro dei figli, reintroducendo l’ormai superato concetto di “potestà genitoriale” (in luogo della “responsabilità genitoriale”) ed introducendo il “piano genitoriale” che diventa strumento di controllo sociale. Il minore di fatto viene estromesso da qualsivoglia decisione che lo riguardi, divenendo di nuovo oggetto (e non più soggetto) di diritti.
c) avvalorare l’errata e strumentale sovrapposizione dei concetti di conflittualità e violenza intra-familiare all’interno delle cause civili in materia di famiglia, pregiudicando la tutela delle donne e dei minori vittime ed incrementando le situazioni di pregiudizio e rischio concreto alla loro incolumità psico-fisica, e ciò anche in evidente contrasto con il principio del preminente interesse del minore.
d) introdurre due “pericolose” presunzioni ex lege: quella della falsità delle situazioni di violenza endo-familiare e quella della esistenza della alienazione parentale, prevedendo strumenti di intervento assolutamente squilibrati e discriminatori.
e) favorire, in nome del principio della bi-genitorialità, le condotte del genitore abusante, con conseguente danno sulle donne e sui minori che le subiscono;
f) ignorare le incontestabili discriminazioni di genere che caratterizzano il mercato del lavoro e le politiche sulle retribuzioni salariali così come le esigenze economiche e di vita dei minori, favorendo il coniuge economicamente più forte con l’eliminazione degli Istituti dell’assegnazione della casa familiare e dell’assegno di mantenimento.
g) dare liceità giuridica ad una serie di stereotipi e pregiudizi di genere quali: il presumere che le donne accusino falsamente il partner di violenza per avere benefici nelle cause civili di separazione e divorzio; che le donne utilizzino i minori contro i padri; che il genitore economicamente più debole (per lo più le madri) utilizzi il contributo economico al mantenimento del minore corrisposto dall’altro genitore per finalità personali, introducendo il c.d. mantenimento diretto dei minori, senza peraltro prevedere alcuno strumento volto a tutelare il nucleo genitore/minore in caso di inadempimento dell’altro genitore. Nello stesso senso, il D.d.l., fa un uso strumentale dei principi del preminente interesse del minore e della bigenitorialità, con una retorica parificazione dei tempi di frequentazione genitoriale, di impossibile concreta applicazione. E’ dato certo che alcuni genitori, per esigenze lavorative e personali, stiano con i propri figli un tempo minore rispetto a quello concordato e/o disposto dal Tribunale.
Dunque, la norma non ha lo scopo di implementare la relazione affettiva con i figli ma solo di esonerare un genitore dal pagamento del contributo economico e di conservare il proprio patrimonio immobiliare.
h) estendere ex art. 23 del D.d.l., l’applicazione della Legge anche ai procedimenti pendenti. L’art. 1 prevede il termine di 120 giorni dall’entrata in vigore della legge per adottare le norme di attuazione; il termine di 6 mesi per l’istituzione e l’aggiornamento dell’albo professionale dei mediatori ed il termine di 6 mesi per l’emanazione di un codice deontologico da parte dell’istituendo consiglio nazionale dei mediatori familiari; quindi ove la normativa dovesse entrare in vigore, si applicherebbe ai procedimenti in corso, malgrado non siano state ancora emesse le norme di attuazione,
istituiti ed aggiornati gli albi professionali né emanati i relativi codici deontologici.

A) SULL’INTRODUZIONE DELLA MEDIAZIONE OBBLIGATORIA
artt. da 1 a 4; 7 e 8

Il D.d.l., perseguendo un’ottica privatistica del diritto di famiglia, introduce la mediazione obbligatoria in tutte le separazioni familiari in cui sia coinvolto “direttamente o indirettamente (sic!)” un minore, elevandola a condizione di procedibilità per l’accesso alla Giustizia.
a) Si rileva come tale norma:
* determini gravi conseguenze se applicata indiscriminatamente alle situazioni di violenza domestica: l’art. 48 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne e della violenza domestica, aperta alla firma ad Istanbul l’11 maggio 2011, impone infatti agli Stati il divieto di fare ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione”. L’indifferenza verso le situazioni di violenza emerge altresì laddove viene introdotto il concetto di “consulenza matrimoniale” volta a salvaguardare “l’unità familiare” (cfr.: art. 1 lett. K).
Tra l’altro, uno dei fondamenti dell’Istituto della mediazione familiare è la volontarietà della coppia al percorso di mediazione familiare che diverrebbe così obbligo svuotato di intenzionalità.
* provochi una dilazione dei tempi di accesso alla Giustizia (artt. 24 e 25 Cost.);
* renda impossibile l’accesso diretto alla Giustizia nei casi di urgenza e/o di grave pregiudizio per i minori; non è infatti prevista alcuna clausola di salvezza o deroga alla mediazione obbligatoria (condizione di procedibilità) che garantisca l’accesso diretto ed immediato alla giustizia.
* determini una grave violazione del diritto di difesa e la estromissione della rappresentanza tecnica (art. 24 Cost.). Non è prevista, nella procedura di mediazione, l’obbligatorietà dell’assistenza e della rappresentanza tecnica da parte dell’Avvocato/a.
L’art. 3 co. 4 prevede, infatti, la partecipazione degli Avvocati solo al primo incontro e solo ove le parti abbiano già conferito loro mandato.
L’art. 3 co. 5 prevede persino la possibilità che il mediatore, su accordo delle parti, possa estromettere gli Avvocati dai successivi incontri del procedimento di mediazione, con grave nocumento del diritto di difesa e di rappresentanza costituzionalmente garantito.
L’art. 1 co. 2 lett. l prevede ancora che i mediatori (soggetti laureati in discipline sociali, psicologiche, mediche e pedagogiche…ex art. 1 co 2 lett.
a) in quanto privi di competenze tecnico-giuridiche devono astenersi dal fornire consulenze legali; malgrado ciò, i mediatori possono dar corso a tutto il procedimento di mediazione senza la presenza dei rispettivi legali delle parti, la cui presenza è prevista a pena di nullità e di inutilizzabilità solo al momento dell’eventuale stipula dell’accordo e, pertanto a percorso conclusosi.
* comprima il potere decisionale del Giudice, prevedendo che omologhi l’accordo raggiunto a seguito del procedimento di mediazione entro 15 giorni: termini troppo brevi che non consentono una attenta verifica da parte dell’organo competente.
b) Ed ancora, all’art. 1 lett. k) viene previsto, un indefinito obbligo del mediatore di adoperarsi per impedire o risolvere gravi conflittualità che possono produrre ogni forma di violenza endo-familiare. Tale disposizione oltre a considerare la violenza come l’epilogo di una situazione di conflittualità pregressa che entrambe le parti hanno contribuito a creare, dà la misura di quanto scarsa sia la conoscenza del fenomeno della violenza e rafforza l’uso strumentale della sovrapposizione tra il concetto di conflittualità e quello di violenza, introducendo – come si vedrà in seguito – una sorta di impunità per l’agita violenza che diviene reazione legittima ad una provocazione.
Non vi è poi alcuna indicazione di quali siano gli strumenti, le modalità e le procedure attraverso le quali, il mediatore, dovrebbe adoperarsi per impedire o risolvere le rilevate situazioni di violenza (segnalazione all’A.G.? attivazione di un percorso di fuoriuscita dalla violenza? Immediata messa in sicurezza del nucleo madre/minore?), lasciando situazioni di concreto pericolo per l’incolumità dei soggetti maltrattati alla discrezionalità del singolo mediatore, non dotato di una competenza specifica in materia, assolutamente necessaria per la piena tutela e fuoriuscita dalla violenza delle persone coinvolte.
c) All’art. 2 “Obbligo di riservatezza”, si prevede la segretezza degli atti e dei documenti del procedimento di mediazione e la relativa impossibilità di produrre detti atti e/o documenti nel procedimento giudiziale ad eccezione dell’accordo raggiunto.
Tale norma, vietando di porre all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria, atti e documenti indispensabili per il convincimento del Giudice, limita di fatto la cognizione di quest’ultimo e ritarda pericolosamente la messa in sicurezza del genitore e/o minore vittime, “proteggendo” il genitore abusante.
d) All’art. 3 co. 1 relativo alla partecipazione del minore al procedimento di mediazione, si dispone che su consenso dei genitori, è prevista la partecipazione del minore, con età superiore ai 12 anni, al procedimento di mediazione.
In tali ipotesi, non è prevista alcuna specifica garanzia che tuteli il minore né vi è alcun richiamo alle garanzie previste dall’art. 16 co. 2, in caso di audizione dei minori dinanzi al Giudice.
e) Sull’art. 4 “Spese e compensi per il mediatore familiare”, in violazione dell’art. 24 Cost., si segnala l’onerosità del procedimento di mediazione senza alcuna previsione della possibilità di beneficiare del Patrocinio a Spese dello Stato. L’art. 4, prevede infatti la gratuità solo del primo incontro, ma nulla prevede per il prosieguo del percorso. Pertanto, i genitori non abbienti o uno solo di essi si troveranno costretti a sostenere spese per loro impossibili o ad abbandonare il percorso di mediazione dopo il primo incontro, con conseguente svuotamento della previsione legislativa stessa.

B) SULL’INTRODUZIONE DELLA FIGURA DEL COORDINATORE
GENITORIALE
Artt. 5 e 13

Tali norme prevedono che in caso di rifiuto o di esito negativo del percorso di mediazione, e qualora la conflittualità persista, il giudice potrà proporre ai genitori di nominare un coordinatore genitoriale, le cui spese, salvo diverso accordo tra le parti (e non salvo diversa disposizione del Giudice), saranno sostenute nella misura del 50% ciascuno.
Il coordinatore genitoriale, chiamato ad assistere i genitori con “alto livello di conflitto” nell’attuazione del piano genitoriale, a monitorarne l’osservanza ed a risolvere eventuali conflitti, preservando comunque la “sicura, sana e significativa” relazione tra il minore ed entrambi i genitori, si vede attribuire – su incarico delle parti – “poteri decisionali”.
Non vi è alcuna disposizione che preveda il vaglio delle decisioni assunte dal coordinatore né la rispondenza delle stesse al preminente interesse del minore.
Senza alcuna specificazione differente circa l’utilizzo del coordinatore genitoriale nei casi di violenza ed in un’ottica di de-giurisdizionalizzazione della materia, viene introdotta una figura privata che assume poteri decisionali ed al quale viene riconosciuto il compito di “gestire in via stragiudiziale le controversie insorte tra i genitori di prole minorenne relativamente al piano genitoriale”.
Non è prevista nessuna norma che assicuri la terzietà e l’imparzialità del coordinatore né il possesso da parte del medesimo di competenze specialistiche in materia di violenza che possa garantire un intervento efficace.

C) SULLA DECADENZA, SUL REGIME DI AFFIDAMENTO, SULLE MODALITÀ
DI FREQUENTAZIONE NELLE SITUAZIONI DI VIOLENZA ENDO-FAMILIARE
Artt. 9, 11, 12,14, 17 e 18

Malgrado la violenza rappresenti nel nostro Paese un fenomeno strutturale estremamente diffuso e nonostante la Convenzione di Istanbul abbia esplicitamente previsto all’art 31 che le parti debbano: “adottare misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza …” il D.d.l. effettua un intervento legislativo del tutto contrapposto. Appare manifesta la volontà di ignorare il fenomeno della violenza e di
eliminare ogni strumento utile ad intervenire ed a mettere in sicurezza chi la
subisce.
Per la prima volta nel nostro sistema giudiziario si introducono due presunzioni ex lege dagli effetti disastrosi sulla tutela dei soggetti vulnerabili:
a) la presunzione della falsità ed infondatezza delle accuse di abusi e violenze psicologiche e fisiche.
b) la presunzione della alienazione genitoriale, priva di qualsivoglia fondamento scientifico.
La volontà del presente disegno di legge di ignorare le situazioni di violenza endo-familiare e di punire severamente presunte ed infondate ipotesi di alienazione genitoriale, appare evidente non solo dalla lettura coordinata degli artt. 9, 11, 12, 17 e 18 ma dalla volontà di un singolo, il Senatore Pillon che, in diverse interviste pubbliche, ha rappresentato come “il diffuso fenomeno delle false violenze”, rappresenti l’80% delle denunce presentare in corso di separazione  (cfr.:http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2018/9/13/AFFIDOCONDIVISO- Pillon-Lega-ho-messo-gli-interessi-dei-figli-al-centro-delmio- ddl/838805/), dato totalmente falso.
In particolare:
a) all’art. 11 co. 2 punti 1, 2, 3, 4, 5 relativo ai tempi paritetici da trascorrere con i figli vengono tipicizzate le ipotesi di “pericolo di pregiudizio per la salute psicofisica del minore”: violenza, abuso sessuale, trascuratezza, indisponibilità di un genitore, inadeguatezza degli spazi predisposti per la vita del minore da intendersi comprovate e motivate.
La prima osservazione critica che dà la misura di quanto questo provvedimento si ispiri a principi profondamente anticostituzionali che ledono il diritto alla salute e all’integrità psicofisica dei soggetti vulnerabili è che si ritiene che anche in caso di situazioni di violenza e di abuso sessuale “comprovate” (da una sentenza di condanna ad esempio), il Giudice per limitare la frequentazione debba comunque valutare se sussiste un comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psicofisica del figlio minore. Ci si chiede, poi, se nella fattispecie tipizzata della violenza, richiamata dalla norma, sia compresa anche la “violenza assistita”.
Ad ogni modo, nei casi di comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per il minore, il D.d.l. prevede espressamente che il giudice possa derogare, con provvedimento motivato, al principio della equipollenza dei tempi di frequentazione tra il minore e l’altro genitore (ex art. 11 co 2).
Ignorando l’ormai consolidata e pacifica giurisprudenza sul punto, non è espressamente previsto che – nei casi di violenza endo-familiare e di abuso sessuale – il Giudice debba pronunciare la decadenza della responsabilità genitoriale del genitore violento e/o abusante.
In dette ipotesi, secondo il D.d.l., il giudice potrebbe eventualmente – ed a sua totale discrezione – pronunciare la decadenza della responsabilità genitoriale, nei casi in cui, ritenga di far rientrare dette situazioni di violenza nella generica categoria delle “gravi inadempienze” o degli “atti che comunque arrechino pregiudizio al minore”.
b) In spregio alla consolidata giurisprudenza, ed in aperta violazione altresì dell’art. 31 della Convenzione di Istanbul, titolato “Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza” (“1 Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione. 2 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini”)alle situazioni di violenza ed abuso sessuale, non viene riconosciuta esplicita rilevanza neanche ai fini della pronuncia del regime di affidamento del minore (prevedendo l’affidamento esclusivo con esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale), intervento legislativo che la società civile e gli obblighi internazionali aspettano da tempo.
c) Per contro, il D.d.l. apporta modifiche profondamente peggiorative dell’attuale normativa vigente, aggravando le già carenti previsioni legislative.
L’art. 12 dispone che nei casi di comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per il minore, ex art. 337 ter co. 2 (e pertanto nei casi di violenza, abuso sessuale ecc..), il giudice possa disporre temporaneamente l’affidamento dei figli ad un solo genitore, qualora ritenga – con provvedimento motivato – che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore Si evince da ciò, che anche nei comprovati casi di violenza ed abuso sessuale:

  • – Il giudice può disporre l’affidamento esclusivo ad un genitore, rimettendo, pertanto, detta pronuncia all’esclusiva discrezionalità e sensibilità del singolo magistrato;
  • – l’affidamento esclusivo disposto sarà in ogni caso temporaneo.

Ma vi è di più, anche nei casi di affidamento esclusivo:

  • – deve, in ogni caso, essere garantito il diritto del minore alla bigenitorialità;
  • – devono, in ogni caso, essere previsti adeguati tempi di frequentazione del minore con l’altro genitore;
  • – devono essere promosse non meglio definite “concrete azioni” per rimuovere le cause che hanno portato all’affidamento esclusivo.
  • vi è inoltre l’obbligo in capo al genitore temporaneamente affidatario in via esclusiva – salva diversa, motivata e discrezionale disposizione del giudice – di favorire e garantire, in ogni modo, la frequentazione del figlio con l’altro genitore.

Appare evidente come non vi sia alcuna sostanziale attenzione all’interesse del minore ad una sana, serena ed equilibrata crescita ed alla tutela della sua integrità psicofisica né alcuna considerazione dei suoi desideri, dei suoi bisogni e delle sue volontà.
Il minore, anche se vittima di violenza (violenza assistita, maltrattamenti, violenza sessuale), salva diversa e discrezionale decisione del singolo Giudice – si troverà costretto a frequentare il genitore violento e abusante, con conseguente ulteriore esposizione del minore al rischio di reiterazione delle condotte violente ed a forme di rivittimizzazione
oltre che al rischio di subire strumentalizzazioni, rivendicazioni che aggraveranno lo stato di sofferenza del medesimo. Sarà altresì esposto a forme di rivittimizzazione, strumentalizzazione e di rivendicazione anche il genitore affidatario in via esclusiva il quale –  malgrado le violenze subite – avrà l’obbligo di favorire e garantire, in ogni modo, la frequentazione del minore con l’altro genitore, e la bigenitorialità.
Il minore diviene così non solo oggetto delle volontà del genitore abusante ma anche strumento di rivalsa nei confronti dell’altro genitore. Nei casi di violenza, il genitore violento potrà continuare indisturbato ad agire violenza sull’altro genitore che dovrà paradossalmente attivarsi per garantire la frequentazione del minore. Ciò impedirà di fatto qualsivoglia forma di tutela per le vittime di violenza e l’impossibilità di fuoriuscire dalla violenza stessa.
d) Inoltre, non è previsto alcun onere in capo al genitore violento. Quest’ultimo, infatti, pur avendo gravemente violato i propri doveri genitoriali e causato pregiudizi e sofferenze al minore, vedrà impunemente riconosciuto il proprio diritto – e non quello del minore – alla frequentazione ed alla gestione condivisa dello stesso.
e) In questo quadro, non può non richiamarsi altresì l’art. 14, che rende impossibile per il nucleo genitore/minore vittime di violenza, fuggire dal luogo delle violenze e rifugiarsi in un luogo sicuro e protetto.
L’art. 14, infatti, dispone che qualsiasi trasferimento del minore non preventivamente autorizzato da entrambi i genitori o dal giudice, deve essere ritenuto contrario al superiore interesse del minore e privo di ogni efficacia giuridica. Non è previsto alcun “giustificato motivo” che permetta ad un genitore di fuggire con il minore dall’abitazione familiare né viene previsto uno strumento volto a garantire l’immediato ed urgente accesso alla giustizia affinché il genitore possa ottenere in tempi compatibili con la messa in sicurezza del minore, una tempestiva autorizzazione del Tribunale che gli consenta di allontanarsi con il minore medesimo.
Ancor più grave è lo specifico compito affidato all’Autorità di Pubblica Sicurezza di ricondurre immediatamente – su mera segnalazione dell’altro genitore e non su ordine dell’Autorità Giudiziaria – il minore presso il luogo di residenza.
Emblematico è che non venga previsto neanche che l’Autorità di Pubblica Sicurezza, debba svolgere delle indagini (quantomeno sommarie) per verificare l’idoneità e la sicurezza della residenza familiare – così da garantire la sicurezza del minore – prima di ricondurre coattivamente il minore, presso la residenza che è il luogo dove ha subito le violenze.
La gravità e la pericolosità di detta disposizione appare di tale evidenza da non necessitare di ulteriori osservazioni.
f) Ad aggravare la situazione è l’intervento sanzionatorio previsto in caso di presunta e non comprovata manipolazione psichica e/o di falsità e/o infondatezza delle accuse di abusi e violenze psicofisiche. Ove si riscontrino, infatti, accuse di abusi e violenze psicofisiche, evidentemente false ed infondate ovvero non meglio definite manipolazioni psichiche, il Giudice – nei casi più gravi – può pronunciare (e questa volta si è espressamente previsto!), la decadenza della responsabilità genitoriale.
Non irrilevante è la terminologia utilizzata.
Gli articoli 11 e 12 richiedono, infatti, una “comprovata” e, pertanto, una accertata situazione di violenza ed abuso; l’art. 9, per contro, richiede un mero “riscontro” della falsità ovvero dell’infondatezza delle false accuse di violenza ed abuso.
L’intenzione di introdurre e punire asserite e non comprovate ipotesi di alienazione genitoriale emerge anche dalla lettura coordinata degli artt. 9, 17 e 18 del D.d.l..
L’art. 17 introduce, infatti, la presunzione ex lege dell’alienazione genitoriale prevedendo che il genitore – pur in assenza di evidenti condotte – sarà ritenuto responsabile di qualsivoglia rifiuto, alienazione o estraniazione che il figlio manifesti nei confronti dell’altro genitore.
L’art. 18, con lo scopo di rafforzare gli intenti punitivi, prevede che in detti casi, verranno applicate al genitore ritenuto presumibilmente (e non certamente), responsabile del comportamento del figlio, le misure già previste dall’art. 342 ter c.c. (allontanamento, divieto di avvicinamento ecc..) e le nuove misure previste dall’introdotto art. 342 quater c.c., ovvero la pronuncia inaudita altera parte delle misure previste dall’art. 709 ter c.p.c.
(tra cui rientra la decadenza della responsabilità genitoriale) nonché la limitazione o la sospensione della responsabilità genitoriale oltre che, l’inversione della residenza abituale del minore, la limitazione dei tempi di permanenza, ed il collocamento provvisorio del minore presso una struttura specializzata.
Sorprende che il D.d.l., pur introducendo una presunzione ex lege di alienazione genitoriale e pur prevedendo misure punitive particolarmente invasive ed interruttive del rapporto genitoriale (quali l’allontanamento, il divieto di avvicinamento, la limitazione, la sospensione e persino la decadenza della responsabilità genitoriale), non si preoccupi di prevedere l’audizione obbligatoria del minore (ove abbia compiuto gli anni 12 e anche di età minore ove capace di discernimento) prima dell’eventuale emissione del provvedimento.
Ciò non può non avvalorare la sottesa volontà del D.d.l., di estromettere il minore dalle decisioni che lo riguardano, e di impedire allo stesso, di motivare il proprio comportamento oppositivo verso l’altro genitore nonché, più in generale, di esprimere le proprie opinioni, desideri e volontà. Non vi è infatti negli artt. 9, 12, 17 e 18 alcun richiamo all’art. 16, il quale ad una prima lettura sembrerebbe applicarsi alla sola ipotesi di cui all’art. 337 ter
c.c..

D) SULLA ASSENZA DEGLI STRUMENTI DI ACCERTAMENTO

Tutto quanto sopra osservato, diviene ancor più pericoloso ove si consideri l’assenza di idonei strumenti processuali che permettano, nel rispetto dei tempi e delle esigenze di sicurezza del genitore e del minore vittime di violenza, la tutela della loro integrità psicofisica.
Ed infatti: quando la situazione di violenza si può ritenere “comprovata”? E’ sufficiente il decreto che dispone il giudizio, emesso dal Tribunale Penale o è necessaria una sentenza di condanna in primo grado o una sentenza definitiva? Come ovviare ai tempi processuali dei processi penali e civili tra loro profondamente differenti? Come armonizzare il principio di
presunzione di innocenza con il principio del prevalente interesse del minore a crescere in un ambiente che sia sano, sereno e sicuro? Quando e come può ritenersi “riscontrata” ed “evidente” la falsità e l’infondatezza delle accuse mosse da un genitore?
Tutti interrogativi ai quali il D.d.l. non offre risposte efficaci.
Il quadro appare ancor più grave e pregiudizievole, ove si consideri che malgrado le carenze e le criticità sopra descritte il D.d.l. prevede espressamente l’affidamento del minore ad altro nucleo familiare in caso di impossibilità di affidare il minore ai genitori (ex art. 12 co. 3) ovvero il collocamento dello stesso presso una struttura specializzata, nei casi previsti dall’art. 18 co 2.

E) ELIMINAZIONE DELL’ISTITUTO DELL’ADDEBITO

L’art. 19 del D.d.l. modifica l’art. 151 c.c., abrogando l’istituto dell’addebito nella separazione legale. Con l’entrata in vigore del D.d.l. sarà consentito violare i doveri coniugali di fedeltà, di assistenza morale e materiale (nel novero dei quali rientrano le situazioni di violenza endo-familiare), di collaborazione nell’interesse della famiglia e di coabitazione, senza incorrere in alcuna conseguenza. Si rileva che l’istituto dell’addebito, riveste nei procedimenti di separazione particolare rilevanza, non solo da un punto di vista psicologico per il coniuge vittima delle citate violazioni ma altresì, da un punto di vista normativo ed economico per le conseguenze che ne derivano. La pronuncia di addebito comporta infatti l’impossibilità per il coniuge ritenuto responsabile del fallimento dell’unione coniugale, di vedersi riconosciuto un contributo al mantenimento; il medesimo perde altresì, i diritti successori e di sovente subisce la condanna alle spese processuali, in virtù del principio della soccombenza.

F) PIANO GENITORIALE E TEMPI PARITETICI DI
FREQUENTAZIONE
Artt. 7, 8, 10, 11 e 13

1) Sul Piano genitoriale

a) Elemento centrale del D.d.l. consiste in un vero e proprio progetto di vita che i genitori decideranno ed imporranno al minore.
I genitori, dovranno prestabilire consensualmente, ed in modo dettagliato, i luoghi che il minore dovrà abitualmente frequentare; la scuola ed il percorso educativo; le eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative del minore. I genitori potranno persino stabilire le frequentazioni parentali ed amicali del figlio, e le vacanze di cui normalmente godrà.
Il tutto, senza alcuna necessaria e prescritta considerazione delle attitudini, opinioni, esigenze e desideri del minore, il cui ascolto non è assolutamente previsto dalla normativa.
In spregio della normativa nazionale, comunitaria e internazionale, si reintroduce, il diritto dei genitori di decidere sul futuro dei loro figli e ciò, non solo senza considerazione alcuna delle loro volontà ma, altresì, senza prevedere strumenti legislativi che permettano al minore, di adire l’Autorità Giudiziaria, in caso di disaccordo sul piano genitoriale imposto dai genitori.
Appare inequivocabile come detta disposizione, rappresenti una grave regressione nel passato, reintroducendo – di fatto – il concetto di potestà genitoriale (in luogo della “responsabilità genitoriale”) ed eliminando qualsivoglia riconoscimento del diritto del minore ad essere ascoltato nelle questioni che lo riguardano.
b) Ciò appare ancor più grave, ove si consideri il ruolo assolutamente marginale che viene riconosciuto al Giudice, il quale, senza poter adottare strumenti valutativi, potrà unicamente valutare la contrarietà del piano genitoriale all’interesse del minore. In tale ultima ipotesi, il Giudice – ove dovesse ritenere il piano genitoriale contrario all’interesse del minore ovvero ove i genitori non dovessero trovare un accordo – dovrà delineare il piano genitoriale, previa (e questa volta si!) audizione del minore (ex art. 16).
c) Tuttavia rispetto all’audizione del minore, l’art. 16 specifica che sono vietate le domande manifestamente in grado di suscitare conflitti di lealtà da parte del minore verso uno dei genitori (ex art. 16 co 2). Nella relazione illustrativa, paradossalmente, vengono vietate domande al minore dirette a verificare la volontà del medesimo di stare con uno o con l’altro dei genitori ovvero domande potenzialmente in grado di suscitare preferenze verso uno dei genitori.
Viene quindi di fatto svuotato di significato l’istituto dell’ascolto del minore, specialmente ove si consideri che la responsabilità di qualsivoglia eventuale ritrosia del minore ad avere relazioni con un genitore, ricadrebbe sull’altro genitore ex art. 17 e 18.
d) Il piano genitoriale appare, inoltre, di difficile applicazione.
I genitori dovranno regolamentare dettagliatamente l’intera esistenza del minore, anche nei suoi aspetti personali e privati, per un arco temporale indefinito.
Una pre-pianificazione dettagliata della vita del minore impedirà di considerare il modificarsi delle esigenze, dei desideri e delle opinioni del medesimo, cristallizzando nel tempo le decisioni per lui assunte dai genitori, con la estromissione del minore stesso dalle decisioni che lo riguardano.
Ed ancora, l’inevitabile modificarsi nel tempo delle esigenze, anche organizzative, della vita del minore ovvero dei genitori, genererà inevitabilmente la necessità di modificare (consensualmente o giudizialmente) il piano genitoriale, con conseguente incremento di azioni giudiziarie (ex art. 13).
In tali ipotesi, qualora i genitori non trovino un accordo sul nuovo piano genitoriale, potrebbero essere nuovamente invitati dal Giudice, a svolgere un percorso di mediazione familiare (con ulteriori spese ed oneri a loro carico), o soccombere ancora alla nomina di un coordinatore genitoriale al quale affidare poteri decisionali.
2) Sui tempi paritari ed equipollenti di frequentazione genitoriale.
Nonostante l’apparente intenzione del D.d.l. di attuare una riforma rispondente al diritto del minore a trascorrere con entrambi i genitori tempi paritetici o equipollenti, appare evidente la diversa volontà di codificare il diritto dei genitori – e non del minore – a trascorrere tempi paritari con il figlio per far decadere, l’istituto del contributo al mantenimento, e dell’assegnazione della casa familiare.
Senza alcuna considerazione:
* delle diverse esigenze dei minori dovute all’età;
* delle condizioni e delle loro abitudini di vita;
* degli impegni scolastici, extrascolastici, sportivi e ricreativi;
* delle oggettive difficoltà dovute alla distanza tra le abitazioni genitoriali
ovvero della distanza tra il “doppio domicilio” del minore e l’istituto scolastico ed i luoghi dal medesimo abitualmente frequentati.
Il D.d.l. prevede, salvo oggettivi e non meglio definiti elementi ostativi, una netta parificazione dei tempi di frequentazione genitoriale del minore che, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per il minore (vedi sopra), non potranno essere inferiori a 12 giorni al mese, compresi i pernotti. Il minore sarà quindi “spostato” da una abitazione ad un’altra, privato di una dimora principale e per metà del suo tempo privato del suo principale contesto di appartenenza.
Il minore oggetto del “piano genitoriale” deciso dai propri genitori, sarà diviso tra due vite.
Tutto ciò contrasta con il principio del prevalente interesse del minore a vivere una vita sana, equilibrata, serena e rispondente alle sue necessità, morali e materiali, e rende manifesta l’assenza di qualsivoglia considerazione del diritto ad avere una stabile organizzazione di vita, centrata sui propri bisogni affettivi e sociali e del diritto di vivere
maggiormente nel luogo ove si svolgono le sue principali attività di vita (scuola, palestra ecc.).
Un quadro così delineato incrementerà inevitabilmente la conflittualità tra i genitori ed il ricorso all’Autorità Giudiziaria.

G) SULLE DISPOSIZIONI DI CARATTERE ECONOMICO

1) Sul mantenimento diretto del figlio minore

a) Sulla scorta della parificazione dei tempi di frequentazione, viene introdotto l’istituto del mantenimento diretto del minore che pregiudicherà, inevitabilmente, l’equilibrio economico tra i genitori e la ripartizione degli oneri familiari.
E’ incontestabile che la donna patisca una profonda discriminazione nel mercato del lavoro e nel trattamento salariale e che sia la figura genitoriale che maggiormente si fa carico dei compiti di cura dei figli.
La donna sarà quindi prevalentemente il genitore economicamente più debole ed i minori si troveranno a godere di un tenore di vita più agiato, quando saranno con un genitore, e di uno inevitabilmente più modesto, quando saranno con l’altro.
Ciò determina un disequilibrio tra i ruoli e le funzioni genitoriali. Il minore, potrebbe percepire una visione “monetaristica” del rapporto genitoriale, avvertendo il “potere economico” quale discrimine tra un genitore e l’altro, con grave nocumento del ruolo educativo di entrambi i genitori.
b) Non vi è poi nessuna previsione normativa che deroghi al mantenimento diretto, nei casi in cui un genitore non ottemperi alle modalità di frequentazione – e pertanto non tenga con sé il figlio come stabilito – con conseguente ricaduta degli oneri economici sull’altro genitore senza possibilità di far ricorso a strumenti di tutela quali, a titolo esemplificativo, l’art. 614 bis c.p.c. “Attuazione degli obblighi di fare infungibile o di non
fare”.
c) Solo ove strettamente necessario, e solo in via residuale, il Giudice potrà disporre un assegno periodico ma solo per un tempo determinato. In tal caso, il Giudice, dovrà indicare la scadenza del contributo al mantenimento, e specificare, quali iniziative devono essere intraprese dalle parti per giungere al mantenimento diretto della prole. Tale previsione, sembra non tener conto della realtà sociale ed economica che rende impossibile prevedere l’emancipazione economica di un genitore.
2) Sul mantenimento del figlio maggiore di età
Breve inciso merita, altresì, l’art. 15 del D.d.l. che impone al Giudice, in caso di richiesta del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente di un contributo al suo mantenimento, di disporlo a carico di entrambi i genitori, senza considerare diverse situazioni che potrebbero sussistere: ad esempio, la circostanza dell’eventuale convivenza del figlio maggiore di età presso l’uno o l’altro genitore che comporta già una spesa ulteriore gravante su un olo genitore.
Ciò che poi stride con la realtà sociale ed economica, è prevedere la cessazione di ogni obbligo contributivo, al raggiungimento del 25° anno di età in un Paese dove il sistema universitario e quello di accesso al mercato del lavoro, costringe i giovani a intraprendere corsi post-lauream, master e scuole di specializzazione che, inevitabilmente, si procrastinano ben oltre il 25° anno di età.
3) Sulla casa familiare
Strettamente legato alla questione del mantenimento diretto, ed alle gravissime conseguenze che ne discendono, è quanto statuito dall’art. 14 che dispone, l’impossibilità, per il genitore che non vanti sulla casa familiare specifici diritti e/o titoli, di rimanervi a vivere. Ciò, a prescindere dal preminente interesse del minore a conservare l’habitat domestico – inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si è articolata la vita familiare – dall’eventuale decadenza della responsabilità genitoriale, dal regime di affidamento e dai regolamentati tempi di frequentazione del minore stesso.
Anche nel caso in cui sia sospesa la frequentazione tra il minore ed il genitore proprietario dell’abitazione, l’altro genitore sarà costretto, unitamente al minore, ad allontanarsi dalla casa familiare. Nel caso in cui il genitore sia comproprietario o titolare di un diritto sull’ex abitazione familiare, sarà invece il Giudice, in caso di disaccordo tra le parti, a decidere il genitore che potrà continuare a risiedervi. In tale ipotesi, però, il genitore che rimarrà nell’abitazione dovrà corrispondere all’altro un indennizzo pari al canone di locazione, computato, persino, sulla base dei correnti prezzi di mercato; ciò determina ancora una volta la grave conseguenza che il genitore economicamente più debole ed il minore vengono pregiudicati.
In conclusione, appaiono chiari gli interessi privatistici ed economici perseguiti dal D.d.l. che, in spregio alle normative sovranazionali e nazionali ed alla evoluzione giurisprudenziale in materia di diritto di famiglia, riporta questo Paese indietro di secoli, rievocando gli squilibri dei rapporti familiari tipici della famiglia patriarcale, autoritaria e “tradizionale” (il richiamo costante nella relazione illustrativa ai genitori intesi come padre/uomo e madre/donna è anacronistico oltre che antidemocratico), disegnando così un sistema tribale dove incombe la “legge del più forte”.

UFFICIO LEGALE DI BE FREE
AVV.TA SABRINA FIASCHETTI
AVV.TA CARLA R. QUINTO

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Un ringraziamento a Renata Rampazzi

Un ringraziamento sentito a Renata Rampazzi per il prezioso contributo alla sensibilizzazione sul tema della violenza contro le donne attraverso la sua arte e per la sua generosità verso la cooperativa Befree

MOSTRA DI RENATA RAMPAZZI, CRUOR – sangue sparso di donne

L’esposizione presenta un’installazione inedita dell’artista

ispirata al tema della violenza sulle donne.

La violenza sulle donne sta diventando una quotidiana ritualità. Trattato ormai come freddo dato di cronaca, questo tema necessita di rinnovati sforzi di riflessione per stimolare una matura e consapevole presa di coscienza.

In questo, anche l’arte può assolvere un importante ruolo di sensibilizzazione per provocare, con il linguaggio e l’immediatezza che le sono propri, un responsabile rifiuto e una ribellione.

Da queste premesse nasce la mostra di Renata Rampazzi dal titolo Cruor – sangue sparso di donne, ospitata dal 6 aprile al 17 giugno 2018 dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia.

L’esposizione, accompagnata da uno scritto inedito di Dacia Maraini e da un testo critico di Claudio Strinati, presenta una grande installazione dell’artista, vera testimone del tempo nel quale vive.

Già dalla fine degli anni ’70, infatti, la tematica della violenza, del sangue, del dolore facevano parte dell’universo creativo di Renata Rampazzi, fino a diventare una delle cifre più caratteristiche del suo percorso espressivo.

“Molte delle mie opere – ricorda Renata Rampazzi – portavano tracce del mio turbamento di fronte a quelle manifestazioni esistenziali di sopraffazione maschile. Era un grido personale, un disagio che ruotava attorno al sesso, alla metafora della ferita, che rimandava ad azioni e comportamenti ancora generalmente tenuti nascosti, taciuti, e che oggi per diffusione, per violenza e ostentazione, ormai non sono solo un fenomeno sociale che inquina le società occidentali ma che sotto forme diverse reclama una denuncia, una rivolta, un

rifiuto di complicità e sudditanza in tutte le espressioni individuali e collettive della cultura, del potere e della vita sociale”.

Oggi di fronte alla recrudescenza della violenza nei confronti delle donne, l’artista torna ad affrontare questo argomento, attraverso nuovi lavori, realizzati con materiali e forme per comunicare in maniera più diretta e coinvolgente.

Alla Fondazione Giorgio Cini, l’esposizione CRUOR, appositamente pensata per la Sala Borges dell’Isola di San Giorgio Maggiore, unisce il passato al presente. Un presente in cui le tele vengono sostituite da garze che si rifanno ai bendaggi per curare le ferite, le piaghe, i segni delle deturpazioni e in cui i pigmenti e gli spessori di colore che ruotano attorno alle gradazioni del rosso, e contengono anche tracce di sangue, rimandano alla tragica realtà delle lacerazioni, mutilazioni, offese e sofferenze delle vittime.

Il percorso espositivo parte dalle opere storiche, realizzate da Renata Rampazzi negli anni ‘70/’80 per arrivare all’’installazione realizzata per l’occasione, che non vuole essere un semplice momento di contemplazione, ed è costituita da un labirinto di teli e garze che dal soffitto arriveranno fino al pavimento rosso cupo. L’opera avvolgerà fisicamente ed emotivamente il visitatore in modo da provocarne un suo coinvolgimento non solo estetico ma soprattutto emotivo e civile.

Accompagna la mostra un catalogo delle Edizioni Sabinae (bilingue italiano, inglese) con testi di Dacia Maraini e Claudio Strinati.

Durante il periodo della mostra, la Fondazione Giorgio Cini ospiterà una tavola rotonda sul tema della violenza sulle donne, coordinata dalla storica Francesca Medioli, cui parteciperanno, tra le altre, personalità quali Chiara Valentini, Dacia Maraini, Luciana Castellina, Chiara Saraceno.

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Centro Antiviolenza SOS DONNA di nuovo attivo dal 12 marzo 2018

Dal 12 marzo 2018

in Via di Grottaperfetta

è di nuovo attivo il Centro Antiviolenza SOS DONNA

di Roma Capitale (Dip. Comunicazione, Uff. Pari Opportunità)

      

Dal 12 marzo 2018 BeFree Cooperativa Sociale riprende ad offrire il suo impegno e la sua competenza nella gestione del Centro Antiviolenza SOS DONNA di Roma Capitale (Dip. Comunicazione, Uff. Pari Opportunità), finanziato dalla Regione Lazio e sito nel Casale Rosa di via di Grotta Perfetta 610, nel quadrante sud della capitale.

Già affidato alla Cooperativa dal 2010 al giugno 2016, il servizio ha accolto nel tempo oltre 1930 donne, garantendo loro la possibilità di un sostegno specializzato.

Si tratta di un servizio antiviolenza fortemente innovativo perché distribuisce alla società civile la responsabilità e l’onere della violenza contro le donne, perché esplicitamente la nomina, la riconosce e ne riconosce la pervasività e la gravità facendosene carico attraverso la professionalità di operatrici specializzate.

SOS DONNA infatti non è destinato unicamente alle donne che di loro iniziativa decidono di accedervi, ma anche alle Forze dell’ordine, ai Servizi sociosanitari, alle Istituzioni pubbliche e del privato sociale, che possono segnalare situazioni di loro utenti-clienti presumibilmente, o dichiaratamente, vittime di violenza di genere.
SOS DONNA è anche esplicitamente diretto a familiari, amici, colleghi, conoscenti della donna, che vogliano attivarsi nella maniera più idonea per sostenere la sua fuoriuscita dalla violenza.

Be Freelavora costantemente alla costruzione di un approccio non ri-vittimizzante, non standardizzante delle storie delle donne che – soprattutto – non tenti di orientare e dirigere le scelte delle stesse. La nostra mission è quella di sostenere la donna nella rielaborazione della relazione violenta e di costruire insieme a lei un percorso di riappropriazione della sua identità e delle sue risorse.

SOS DONNA sarà aperto 6 giorni a settimana e garantirà un’accoglienza telefonica H24, 365 giorni l’anno a donne che subiscono o hanno subito violenza.

Le donne che accedono al servizio si troveranno cosìad essere accolte e sostenute da altre donne, professioniste esperte che, conoscendo a fondo le dinamiche sottostanti la violenza, possono aiutarle a gestire al meglio la situazione di emergenza, offrendo loro sostegno e indirizzandole verso gli eventuali servizi in grado di sostenerle nel percorso di fuoriuscita.

SOS DONNA si propone, inoltre,come un importante polo di aggregazione per il Municipio VIII, dove le donne dei territori insieme alle/ai loro bambine/i possano trovare laboratori, iniziative, occasioni di riflessione, condivisione e diffusione della cultura del rispetto tra i generi e della cura del se’.

CONTATTI

TEL: 0696678236

MAIL: sosdonnacomune.roma@gmail.com

WEB: http://www.sosdonnacomunediroma.org/

 

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