A PONTE GALERIA, ACCANTO ALLE DONNE

Intervista di Stefano Galieni  a Oria Gàrgano, presidente della cooperativa Be Free, impegnata nella lotta contro la violenza di genere e nel sostegno alle vittime.

«Be Free è nata nel febbraio del 2007, ed è stato costituito da un gruppo di donne che operava prima in un centro antiviolenza e a cui si sono aggiunte altre operatrici.

Sin dall’inizio volevamo realizzare un ambiente diverso che avesse lo scopo di definire una metodologia dell’accoglienza e, contemporaneamente, non imponesse metodologie di sfruttamento degli operatori. Non si è in grado di aiutare gli altri, infatti, se non si è coerenti e forti mentre si opera, se non si rompono meccanismi di precarizzazione tipici del terzo settore. Il nostro era, ed è ancora, un collettivo di donne fortemente antagonista rispetto a certe forme di potere ma capace anche di misurarsi sul terreno dell’impresa. Siamo una ventina di socie più altre impegnate su singoli progetti. Con noi ora lavorano anche uomini. Seguiamo anche molto il lavoro del gruppo “maschile plurale”».

E nel 2008 decidete di entrare nell’allora Cpt (ora Cie) di Ponte Galeria, a Roma…

«Sì, siamo entrate con un progetto della Provincia per permettere alle donne di beneficiare dell’articolo 18 del Testo Unico, (che assicura un percorso di reinserimento per chi si sottrae allo sfruttamento, soprattutto alla tratta). Sapevamo che saremmo entrate in una struttura eminentemente carceraria.

Avevamo le carte in regola per agire in quel contesto, anche per una consolidata esperienza con le donne immigrate. In passato eravamo riuscite ad entrare nel centro (la gestione era ancora in mano alla Croce Rossa), ma dal 2008 abbiamo avuto l’autorizzazione della prefettura ad entrare in maniera continuativa e operativa. Al nostro interno non tutte eravamo d’accordo: c’era chi evidenziava la pericolosità del luogo e chi invece temeva che con il nostro intervento ne avremmo legittimato l’esistenza. Prevalse il realismo, la convinzione che se soltanto fossimo riuscite ad impedire la deportation (così la chiamano le trattenute) di una persona, avremmo comunque centrato il nostro obiettivo. In realtà le deportation impedite in questi anni sono state centinaia. È stato, soprattutto all’inizio, molto duro. Abbiamo dovuto affinare anche le nostre metodologie. C’era il rischio che i colloqui che svolgevamo con le ragazze (in gran parte sfruttate in strada) avvenissero alla presenza delle stesse donne che gestivano una parte del traffico, quelle che in Nigeria chiamano maman. Prima gli incontri avvenivano in una sala grande, ora in biblioteca, e abbiamo nella nostra sede un numero telefonico specifico riservato al Cie. Le ragazze ci chiamano dal centro per prendere appuntamento e definire i colloqui».

Come sono i rapporti con le forze dell’ordine che operano nel centro?

«Nel lavorare dentro abbiamo dovuto rivedere molto anche i nostri punti di vista. C’è stato per molto tempo un commissario della squadra mobile che veniva con noi e ci ha aiutato molto, poi è stato assegnato ad altro incarico. Altre volte si sono rimessi in moto meccanismi di potere ardui e macchinosi. Ma partivamo dal presupposto che per noi l’ingresso era indispensabile. Il divieto di entrata per i giornalisti e altri professionisti non ci ha toccato, perché siamo autorizzate dalla prefettura senza limiti di giorni, ma c’è un controllo molto attento che non entrino operatrici non accreditate dall’inizio, magari per sostituirne una che per trasferimenti o altri impegni di lavoro non può più venire in quel dato giorno. Ogni nuova autorizzazione diventa un affare di stato. Ma alle componenti della lista delle accreditate non viene fatto nessun problema».

Ci potresti definire una vostra “giornata tipo”?

«In realtà no. Le ragazze ci aspettano e ci danno spesso anche appuntamento. Sanno che il nostro numero telefonico è sempre attivo e si passano parola. Abbiamo oggi un lavoro più ordinato che consente alle recluse di poterci raccontare le proprie storie per definire le possibilità di intervento nei loro confronti. Poi c’è l’ingresso vero e proprio. Se ci sono state retate capita che ci siano anche 200 donne. Il tipo di intervento varia molto a seconda dei periodi. Di questi tempi ci sono molte donne cinesi quasi tutte vittime di sfruttamento lavorativo.

Di alcune cose siamo ormai certe: le ragazze ci raccontano realmente cosa è capitato loro, sanno che se si inventano storie improbabili non possiamo aiutarle e si fidano. Non è una responsabilità da poco. Ma abbiamo anche ben capito che il Cie è contemplato dagli stessi trafficanti nel percorso della tratta. Durante il periodo dei respingimenti c’erano donne che ricevevano telefonate in cui chi chiamava voleva esser certo di saperle nei Cie. Caso mai ce ne fosse bisogno, questo dimostra come tali strutture non servano affatto a contrastare la tratta. Avanziamo dubbi anche su alcuni legali interessati a non veder rimpatriate le ragazze ma non per ragioni attinenti lo stato di diritto o una specifica sensibilità. Ma questo è un tema estremamente delicato. Un aspetto invece mi sembra utile rimarcare: la solidarietà fra le ragazze. Quando capita che una ragazza nigeriana ad esempio riesce ad uscire perché si avvale dell’articolo 18, i connazionali fanno festa. Qualcosa che ancora oggi mi tocca particolarmente e che forse dà senso a tutto il nostro lavoro».

Da quando avete iniziato a lavorare a Ponte Galeria è cambiato qualcosa?

«Oggi ci sono meno “ragazze comunitarie”, anche se il prefetto permette che siano trattenute per l’allontanamento se offendono la “morale pubblica”. È peggiorata la situazione delle ragazze cinesi le cui famiglie si indebitano per viaggi che possono durare anche un anno. Hanno provato a denunciare i datori di lavoro. Questo le ha portate ad uscire ma anche a perdere quel piccolo reddito che riuscivano a inviare a casa. Ecco, allora, che parecchie tra loro hanno ripensamenti e ritirano la denuncia o aspettano in silenzio di uscire, sapendo che non verranno espulse materialmente perché il console non le identifica. In generale fra le ragazze non c’è una particolare consapevolezza del proprio status. La situazione, che già all’apertura del centro era terribile, con il prolungamento del trattenimento a 18 mesi è ulteriormente peggiorata».

Lo vorreste chiuso?

«Ci auguriamo una nuova narrazione dei diritti e una politica ragionevole per chi arriva a cercarsi lavoro. Prendersela con gli immigrati, come fatto finora, anche attraverso queste galere, è come prendersela perché piove. Va ripensato un approccio di fondo anche perché questi non possono essere temi di allarme sociale e fucine per la raccolta di voti».

Stefano Galieni

http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/09/be-free/

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