DOVE AIUTANO 800 DONNE VITTIME DI VIOLENZA- ARTICOLO DI A. AUSILIO SU LASTAMPA.IT

Una casa a Roma sud ospita la struttura Sos Donna, gestita dalla cooperativa sociale Be Free. Tante donne, tante storie di abusi, pochi fondi

di Annalisa Ausilio

«Respira. Hai un posto dove stare per stanotte? Chiama questo numero e digli che sei incinta. Sai già se sarà un maschietto o una femminuccia? Poi ricontattaci, intanto fissiamo già un appuntamento. Calmati, andrà tutto bene».

è impossibile parlare in tranquillità con le operatrici del Servizio Antiviolenza Sos Donna gestito dalla cooperativa sociale Be Free. Il telefono squilla continuamente, ogni chiamata una richiesta di aiuto da parte di donne vittime di violenza. Un numero attivo 24 ore al giorno (lo 06 71077015), la prima ancora di salvezza per uscire dal tunnel dei maltrattamenti e degli abusi. Emanuela Donato, psicologa responsabile del centro, risponde con pazienza a ogni chiamata, ogni caso richiede la massima attenzione perchè le forme e i drammi della violenza domestica hanno infinite sfaccettature.

In un appartamento di Roma sud, le cinque operatrici della cooperativa accolgono il dolore delle donne. Da queste stanze con le pareti dai rilassanti colori pastello, inizia un percorso per uscire dalla voragine di deprivazione in cui sono state gettate dai loro partner.

«Oltre al servizio di ascolto telefonico – spiega Donato – offriamo ospitalità di emergenza, sostegno legale e psicosociale attraverso gruppi di auto-mutuo aiuto, colloqui di sostegno e incontri protetti fra genitori e figli». Il radicamento sul territorio permette di ricevere segnalazioni anche da parte delle questure, servizi sociali e consultori. Dal 2010, anno di apertura della struttura, sono state seguite più di 800 donne, oltre la metà ha intrapreso un percorso di emersione attraverso azioni legali, allontanamento da casa e accoglienza in strutture protette grazie al sostegno del centro.

Un punto di riferimento per la metropoli romana tenuto in piedi dagli scarsissimi finanziamenti dell’Unità operativa pari opportunità di Roma Capitale: 195 mila euro per 22 mesi di attività. Una somma che deve coprire una serie di spese come l’affitto dei locali (1 200 euro al mese), le utenze, le figure esterne che operano nel centro, il commercialista e lo stipendio delle operatrici: 800 euro a mese.

Oltre a fronteggiare le difficoltà economiche, Sos Donna, unica struttura a Roma che indirizza le donne nei centri antiviolenza o case famiglie,  deve anche fare i conti con la cronica carenza dei posti letto delle strutture di accoglienza: meno di 30 in tutta la Capitale. Centri sempre al completo con liste di attesa lunghissime «ma non possiamo far aspettare una donna che deve allontanarsi immediatamente da casa», chiosa la psicologa.

Allora inizia l’estenuante ricerca di un’alternativa. «è questo continuo lavoro di strategia, questa battaglia contro burocrazie, carenze e contraddizioni del sistema la parte più dura della nostra attività», dicono le operatrici. Spesso le donne vengono indirizzate verso la la sala operativa sociale del Comune di Roma che accoglie chi si trova in condizioni vulnerabili, compresi minori non accompagnati e senza fissa dimora. «Qui c’è una maggiore capienza ma non è un contesto adatto per assistere le donne maltrattate».

Per i casi più delicati si cercano strutture alternative come gli istituti religiosi dove è stata accolta gratuitamente una donna che le botte del marito avevano mandato al pronto soccorso con soli due giorni di prognosi. I segni della violenza non erano evidenti, prima di essere picchiata era stata avvolta da una coperta per non lasciare tracce.

In una casa famiglia ha trovato rifugio una donna rumena e i suoi tre bambini. Il più grande, quattro anni, aveva sulla schiena i segni della violenza del padre. Il più piccolo, pochi mesi, soffriva di malnutrizione perché il padre rivendeva il latte in polvere che la madre, l’unica che lavorava, comprava. «Quando questa donna si è rivolta a noi e ha scoperto che poteva in qualche modo allontanarsi dal marito è scoppiata in un pianto liberatorio, non poteva crederci», racconta Donato.

Dopo mesi di incontri con le operatrici del servizio, anche un’altra donna è riuscita a spezzare il circolo di violenza a cui il marito con cui era sposata da più di trenta anni l’aveva costretta. Un caso segnalato da una clinica psichiatrica dove la donna era stata ricoverata per anoressia: «Non mangiare era l’unico modo per urlare il suo dolore perché il coniuge, una rispettabile guardia giurata, non le permetteva in alcun modo di uscire da casa». Il contatto con le operatrici ha cambiato la sua vita, ha iniziato a studiare escamotage per frequentare il centro e dopo mesi ha avuto la forza di trasferirsi a casa di una cognata. «Oggi è una donna cambiata, ha ritrovato il sorriso, non ha più lo sguardo basso».

Storie che sembrano ambientate in un remoto passato o in paesi lontani ma che nascono nelle mura domestiche delle nostre città. «La violenza di genere non conosce ceti sociali o livelli culturali, è una piaga che può interessare tutti, dalla donna in carriera alla casalinga» spiega la responsabile di Sos Donna. Accanto alle vicende più o meno a lieto fine, ci sono quelle che finiscono nel peggiore dei modi. Solo nel 2012 124 donne sono state ammazzate dalla violenza dei loro compagni. Un dato che diventa ancor più amaro se si considera che il 40% di loro aveva già denunciato i maltrattamenti.

«La denuncia non è uno strumento protettivo, le cause sono lunghissime e le misure cautelari nei confronti del compagno violento sono disposte dal pm solo in rari e gravi casi». Alla donna non resta quindi che rivolgersi alle strutture di ascolto e accoglienza che però vanno avanti a fatica, fronteggiando tagli e risorse sempre più scarse.
 
 
 
 
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