L’antico dolore delle donne

 Articolo di Antonella Petricone, pubblicato in ” Letterate Magazine“, il 5/02/2014

lagerbordelle-dachau

Il corpo è il campo di battaglia sul quale la donna combatte per la propria liberazione. È attraverso il corpo che l’oppressione opera: reificando la donna, sessualizzandola, vittimizzandola, disabilitandola. La sua sessualità costituisce per altri un mezzo per forgiarla: il compito della donna è di comportarsi in maniera vicaria, offrendo il proprio corpo al loro ministero.

                                                                                           Germaine Greer

Non è stato semplice entrare nel dolore delle donne. Un dolore antico, un dolore che odora di terra bruciata sulla quale è necessario, è doveroso ri-costruire parole e immagini nuove, differenti, corrispondenti. Dalle macerie di ciò che è rimasto, che è arrivato a noi in maniera frammentaria e spezzata, occorre recuperare pezzetti della nostra storia, storia di donne violate, dimenticate, messe a tacere. Questo mi sono detta, anni fa, quando mi accinsi ad affrontare la mia tesi di dottorato sulle donne e la Shoah e la violenza di genere che l’ha attraversata.  La voce inascoltata di tante donne incontrate nel mio percorso di studio, ha risuonato dentro di me come una litania che ancora oggi non trova la sua quiete. Dare spazio a quella voce è stato l’obiettivo della mia ricerca storico-politico-letteraria ed è il cuore pulsante del mio lavoro di operatrice antiviolenza.

La violenza sessuale dalla storia più antica a quella più recente, è stata espressione del controllo dell’uomo sulla donna e la sua parificazione a cose materiali, considerate oggetti da usare e possedere come la proprietà privata. Nei primi anni Cinquanta del Novecento, una parte consistente della psicanalisi capeggiata da Freud considerava gli autori di reati sessuali soggetti “deviati”, più che criminali e lo stupro veniva concettualizzato come “azione sessuale” piuttosto che come azione violenta. Uno stravolgimento e una critica radicale a questa teoria venne dal movimento femminista degli anni Settanta che legittimò le donne a prendere parola e a nominare la violenza per quello che realmente era, a distaccarla dalla sessualità contraddicendo e negando fortemente l’ipotesi secondo cui la violenza fosse espressione di una sessualità maschile malata, prorompente ed incontenibile, una sorta di prova della virilità di un uomo nella quale si misurava la sua potenza e il suo potere. Saranno proprio le militanti del movimento femminista a rivoluzionare il campo e a proporre un testo di legge nuovo e più rappresentativo della dignità e della consapevolezza delle donne, di tutte le donne, promuovendo una differente cultura contro lo stupro (Solo nel 1996 cambia la legge e lo stupro non è più considerato crimine contro la morale pubblica, ma crimine contro la persona – Legge n. 66 del 1996).

La grande novità del secolo scorso, ha teorizzato la scrittrice Karima Guenivet, non è stata la diminuzione di tale fenomeno, ma la sua “organizzazione strategica”. Le violenze sessuali sono diventate sempre più un’arma utilizzata a fini di terrore politico, di sradicamento di un gruppo, in un disegno di genocidio e di epurazione etnica sulla pelle delle donne.

Lo stupro durante le due guerre mondiali, fu infatti utilizzato da entrambe le parti in conflitto, sia dai paesi dell’Asse che dai paesi dell’Alleanza (durante la presa sovietica di Berlino, nel 1945, più di 100.000 donne sarebbero state violentate) divenendo una pratica connaturata alla guerra e considerata un “male necessario”, perchè fonte di beneficio per le truppe. Il suo carattere “endemico”, durante la guerra è stato istituzionalizzato dai militari, attraverso la scappatoia della schiavitù sessuale e la creazione di bordelli di guerra che interessarono sia l’Europa che l’Asia.

Tale fenomeno ha trovato il suo punto più alto di sviluppo nella creazione dei bordelli all’interno degli stessi campi di concentramento nazisti. I bordelli o “Case della gioia” come venivano chiamati, erano ampie imprese di schiavitù sessuale mirate a reclutare donne da prostituire all’interno dei campi e finalizzati a contenere eventuali forme di ribellione dei prigionieri.

Il sessismo connaturato all’ideologia nazista, e l’odio per le donne di origine ebraica, fece si che fossero condannate ai campi di sterminio moltissime donne ebree e molte di esse, furono soggette a sfruttamento sessuale.  Da alcune testimonianze è emerso che non solo furono stuprate da soldati SS che «irrompevano nei dormitori femminili, strappavano dai letti le più carine, le portavano via e le violentavano»[1], ma spesso venivano uccise subito dopo per scongiurare l’accusa di una violazione alla legge ferrea a cui gli stessi soldati erano soggetti. Ma dalle testimonianze rinvenute e dai documenti delle SS, le donne reclutate per i bordelli non furono mai donne di origine ebraica.

A partire dal 1942 su ordine del comandante delle SS del Reich Heinrich Himmler, furono istituiti bordelli in dieci campi di concentramento. Lo scopo era di motivare ulteriormente al lavoro i prigionieri maschi, di controllare il diffondersi delle malattie sessualmente trasmissibili e soprattutto di arginare il diffondersi dell’omosessualità maschile nei campi. Gli «Edifici speciali» (Sonderbauen), come venivano definiti i bordelli dei lager, dal 1943 erano parte di un sistema di attribuzione di premi che vigeva in tutto l’universo concentrazionario. Oltre 200 prigioniere furono sfruttate sessualmente in questi edifici; la maggior parte di loro proveniva dal campo di concentramento femminile di Ravensbrück, in Germania. Solo nel 2005, per la prima volta, lo sfruttamento sessuale coatto nei campi di sterminio è diventato tema di una mostra realizzata dal gruppo di studio viennese «Die Aussteller» (Gli espositori). Attraverso questo lavoro pionieristico l’argomento ha potuto raggiungere l’opinione pubblica austriaca e tedesca. La Casa del monito e della memoria di Ravensbrück ha poi ampliato questa mostra in collaborazione con un progetto dell’Istituto d’Arte, dell’Università di Berlino, oggi MemoArt, con numerosi documenti, mappe a tema e stazioni di ascolto facendola diventare una mostra-laboratorio. Sulla base degli studi sui bordelli dei lager del ricercatore tedesco Robert Sommer, la mostra ha avuto ulteriori sviluppi ed è stata concepita come mostra itinerante.

Nel 2010 ho deciso di portare la Mostra per la prima volta in Italia, ospitata dal Museo della liberazione di via Tasso di Roma grazie alla fatica, al lavoro e all’impegno di un gruppo di donne, che hanno creduto nella possibilità di realizzare un grande progetto di ricostruzione storica insieme a me. Queste donne, sono le compagne della cooperativa di cui sono socia, la cooperativa sociale Befree, che si occupa di violenza, tratta e discriminazioni contro le donne dal 2007, anno in cui è stata fondata e grazie alla quale ho realizzato una delle tappe più importanti del mio percorso di ricercatrice. L’obiettivo che ha accompagnato ogni singolo passo di questo grande progetto è stato quello di rompere innanzitutto un tabù. Il tabù che per molto tempo ha oscurato l’esistenza della prostituzione forzata e ancora oggi, a distanza di anni, non permette l’emersione di tutte le esperienze traumatiche a cui le donne sono state sottoposte durante la prigionia nei campi. La mostra originaria, oltre a tutti i documenti di natura storica e burocratica che testimoniano il funzionamento dei bordelli nei campi, custodisce le poche testimonianze delle donne che hanno raccontato il reclutamento nelle case della gioia. In Italia, questo tipo di fonti, di documenti e di testimonianze hanno incontrano molte resistenze ad essere accolte e accettate. Il mio lavoro di operatrice antiviolenza mi conferma ogni giorno quanto sia difficile denunciare una violenza, non solo per la violenza in sé, ma per il senso di diffidenza che suscita nell’altro da sé e per la vergogna che si prova a sentirsene responsabili. Rompere un silenzio attraverso la testimonianza, significa riconoscere  l’esperienza negata di tante donne e restituire loro una voce soffocata.

Grazie alle fonti rinvenute da queste ricerche, oggi sappiamo che i primi bordelli vennero realizzati a partire dal 1942 nei campi nazisti di Mauthausen e Gusen, dal 1943 in Auschwitz e in Buchenwald; nel 1944 a Flossenbürg, Neuengamme e Dachau, poi a Mittelbau-Dora e infine a Sachsenhausen. Il campo femminile di Ravensbrück fornì tutti i principali lager, escluso Auschwitz. All’inizio, le schiave sessuali furono scelte soprattutto tra le prigioniere del blocco designato come «blocco delle puttane», dove erano imprigionate donne classificate come prostitute. Ma dal 1943, le SS reclutarono anche donne del blocco penitenziario e delle baracche del “Revier” (infermeria) o prelevandole direttamente durante la fase di registrazione che seguiva il periodo di quarantena o durante gli appelli. In questo modo oltre 200 donne furono destinate ai Kommando dei bordelli. La maggior parte di loro era di origine tedesca e registrata a Ravensbrück come «asociale». Altre donne venivano dall’Ucraina, dalla Russia Bianca e dai Paesi Bassi. Erano per lo più inserite nella categoria delle prigioniere «politiche».

Dopo il reclutamento, esse restavano a Ravensbrück un certo periodo di tempo, ma erano alloggiate separatamente dalle altre detenute. Durante questo periodo, esse erano nutrite dalla cucina delle SS, erano autorizzate a lavarsi, ad avere cura di sé stesse regolarmente ed erano autorizzate a portare abiti civili. All’inizio, le donne indirizzate al bordello, potevano “essere volontarie”. Le SS promettevano loro di rilasciarle dopo sei mesi, ma nessuna di queste donne fu rilasciata come promesso. Per un periodo molto lungo dopo il 1945, il “lavoro sessuale” non è stato riconosciuto come lavoro forzato, ma considerato una scelta volontaria. La selezione delle donne da reclutare, avveniva in base allo stato di salute e a dei canoni estetici, quei pochi che tuttavia restavano dopo le torture cui le donne erano sottoposte. È documentato che molte delle donne reclutate tornarono a Ravensbrück dopo pochi mesi affette da malattie veneree e altre, la maggior parte, furono uccise nove mesi dopo. Secondo i rapporti del “Revier”, le cattive condizioni fisiche delle donne rimandate a Ravensbrück dopo l’impiego nei bordelli, testimoniano dell’avvenuta sottomissione a esperimenti medici relativi al trattamento delle malattie sessualmente trasmesse; furono praticati anche degli aborti. Le donne prigioniere costrette a lavorare nei bordelli dei campi, hanno riportato gravi danni fisici e mentali. Dopo la loro liberazione, chi sopravvisse, non parlò della propria esperienza e non compilò i moduli per l’indennizzo. I testimoni maschi non hanno quasi mai menzionato queste donne e, quando lo fecero, ne parlarono con disprezzo. Vi erano due tipi di bordelli: per i soldati e per i prigionieri. I bordelli per i prigionieri erano inseriti in un sistema di meritocrazia funzionante a punti, che prevedeva un accumulo di punteggio durante il periodo di prigionia, che i prigionieri ottenevano come ricompensa per le virtù lavorative e di comportamento riportate in campo e che era finalizzato al raggiungimento del premio finale che consisteva nella visita al bordello. Da un’intervista dei sopravvissuti del campo di concentramento di Sachsenhausen, è emerso che questi “certificati di premio” per una visita nel bordello, nel mercato nero interno, tra i prigionieri, avevano un valore estremamente alto. I prigionieri che potevano fare visita al bordello erano prigionieri criminali e asociali. All’inizio erano solo i «tedeschi del Reich», più tardi anche i polacchi, gli scandinavi e altri europei occidentali. Agli uomini di origine ebraica e ai prigionieri di guerra sovietici era proibito frequentare i bordelli. Il numero dei frequentatori del bordello era pari a meno dell’uno per cento del numero totale dei prigionieri. Pochi prigionieri privilegiati che rivestivano incarichi specifici, come gli anziani del Blocco o i Kapò frequentavano regolarmente i bordelli. Altri bordelli erano riservati a lavoratori schiavi stranieri come anche ai membri della Wehrmacht e della SS. Il primo bordello per i prigionieri costretti ai lavori forzati (lavoratori schiavi) fu costruito su un ordine di Himmler datato 17 gennaio 1940. A partire dal ’41, bordelli simili previsti per accrescere la produttività dei lavoratori schiavi, furono installati in tutto il regno. Nell’estate del ’42, Himmler ordinò che fossero costruiti dei bordelli per le Waffen SS e le unità di polizia attive nella Polonia occupata e subito dopo l’ordine fu esteso anche per le unità delle Waffen SS in Francia. I bordelli organizzati dallo stato operavano quindi, anche nelle caserme, in luoghi di stanza di truppe centrali delle SS. Questi sono comunque fino ad ora completamente non indagati. La modalità dell’incontro con le donne prostituite all’interno del bordello era regolata severamente dalle SS. Le stanze allestite per i bordelli erano provviste di fori sulle porte che consentivano ai soldati di controllare il comportamento dei prigionieri durante le visite e assicurarsi che fossero consumati solo ed esclusivamente atti sessuali. Ai prigionieri era severamente proibito parlare con le donne all’interno della stanza. Le infrazioni alle regole potevano essere punite con umiliazioni pubbliche, imprigionamento e con la morte. Sono poche le sopravvissute che hanno vissuto l’esperienza della prostituzione coatta nei bordelli, ma le poche esistenti non hanno parlato per motivi legati alla vergogna e al forte tabù tutt’ora esistente rispetto a questo vissuto. Il grande tabù è legato soprattutto al fatto che anche i prigionieri politici si recavano nei bordelli e hanno negato questa verità sostenendo la non esistenza delle case della gioia o abbracciando la tesi della non costrizione delle donne, ma di una loro partecipazione volontaria e consapevole. I pochi dossier lasciati dall’Ispezione dei Campi di Concentramento e conservati negli Archivi  Federali offrono oggi solo un’immagine frammentaria dello sviluppo dei bordelli dei campi di concentramento. Gli ordini riguardanti questi documenti sono sempre contrassegnati con la parola “Segreto”. Solo tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, dopo la fondazione del Memoriale del campo di concentramento di Amburgo, Neuengamme, si pose la questione della prostituzione coatta. Le donne ruppero il loro silenzio, ma solo dietro la promessa che la loro testimonianza rimanesse nell’anonimato. La storia è davvero scritta sul corpo delle donne, ed il corpo delle donne è veramente “luogo pubblico”, parafrasando il titolo di un celebre libro di Barbara Duden.

Come si può non mettere al centro il corpo? (il corpo delle ariane, delle ebree, delle prostitute, delle asociali, delle politiche). Nei campi nazisti, le donne sono state sottoposte a tutti gli aspetti che può assumere una violenza reiterata e magistralmente pensata appositamente per colpire la loro identità di donne, dalla violazione dei corpi e il pudore violato a  violenze sessuali efferate e riduzioni in schiavitù.

Alla fine del XX secolo lo stupro, anziché un atto di offesa all’onore, viene riconosciuto come trauma subito dalla vittima. È in questo contesto che emergono le storie dal passato: donne che hanno subito stupri e schiavizzazione sessuale, rendono pubbliche le loro storie. Ciò che era giudicato una vergogna per la vittima diventa una vergogna per il carnefice.

Il 17 luglio 1998 i plenipotenziari delle Nazioni Unite approvano lo Statuto della Corte Penale Internazionale che include fra i crimini contro l’umanità: stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata e altre forme di violenza sessuale di analoga gravità.

Nel 1995, nella nuova configurazione e nella nuova mostra dei memoriali dei campi, dopo ben 50 anni dalla liberazione, i bordelli dei lager, vengono per la prima volta tematizzati. L’esistenza dei bordelli nei lager nazisti è stata a lungo rimossa. Solo oggi, a distanza di tempo, si comincia ad affrontare tale tabù in maniera più critica, consapevoli che ogni donna soggetta e strumentalizzata dal sistema patriarcale, messa in condizioni di subire una violenza, o con la forza o facendo leva sul bisogno disperato della sopravvivenza, va nominata, ricordata e riconosciuta.

Per avere informazioni sulla mostra  Intervista ad Antonella Petricone in occasione della mostra  

Sito Noidonne annuncio mostra

Sito Noidonne intervista a Helga Schneider 

Sito Helga Schneider su suo libro La baracca dei tristi piaceri 

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